Entrammo nel bar e ci stavamo dirigendo verso il bancone, ma Brina ci fece cenno di entrare in una stanza che non avevamo notato prima, c’erano delle scale e che portavano in basso e candelabri alle pareti.
Ora lo so, voi direte che nessuno andrebbe davvero in un luogo così con una sconosciuta, ma alle volte le cose le vivi anche se sembrano assurde ed irreali.
C’era un tavolo, con tredici sedie alcune occupate altre no.
Allora io iniziai ad aver paura, ma sul serio paura.
Francesca invece sembrava calma e tranquilla, lasciò la mia mano ed andò a sedersi in una delle sedie vuote accanto a una donna con i capelli lunghi e neri da un lato ed una bionda con i capelli mossi dall’altro.
Brina rimase vicino a me e io sarei fuggito se non fosse stato per Francesca, ma mi sentivo preso in giro qualcosa non andava decisamente sembrava una messa nera quella, anche i tredici posti erano emblematici.
Poi, da una porticina sul fondo entrò Gabriel e andò a sedersi a capo tavola e con lui entrarono altri due uomini.
Rimaneva un solo posto libero e capii che era il posto di Brina.
Lei però non fece alcun cenno di volersi sedere.
Ripensai alla ragazzina sulla metro che mi aveva detto del terzo angelo, ma da che lato dovevo contare.
Poi iniziai a capire, partendo dalla destra di Gabriel il terzo angelo era Francesca.
Brina mi prese per mano.
- Aspetta Leo, non aver paura le cose non stanno come credi tu, ci vorrà tempo per capire.
Su stai tranquillo.-
Il cane ringhiò di nuovo e io persi conoscenza.
La donna si avvicinò al cane e gli toccò le orecchie ed iniziò a calmarlo.
La bestia mi guardava ancora con odio feroce, ma aveva smesso di ringhiarmi.
Raramente mi era capitato nella vita di vedere una donna così bella.
Tutto era aggraziato in lei, tutte le proporzioni perfette, il viso era liscio e limpido, eppure non potevi guardala in volto senza sentire un senso di soggezione e paura dentro di te.
La voce della donna era decisa, cordiale ma al tempo stesso con un tono di comando.
- Le chiedo scusa, di solito Samael reagisce così solo quando qualcuno vuole farmi del male, non capisco cosa gli abbia preso, le deve stare antipatico o deve avere addosso un odore che lo fa star male. -
Francesca non riusciva a non usare l’ironia anche nei momenti come questo.
- Leo ti dovresti lavare di più, vedi che anche la “signora” te lo dice. -
Il tono era sarcastico e subito tra le due donne scattò una scintilla, il gesto di sfida era evidente.
A quel punto il cane pensavo si rivoltasse contro di lei, ma stranamente abbassò le orecchie quasi timoroso.
- Non mi permetterei mai di essere offensiva e per farmi perdonare vorrei offrirvi qualcosa in un bar qui vicino un bar che fa delle cose che a Milano non si trovano facilmente, Lelahel si chiama il bar venite vi ci accompagno.-
Era il bar dove avevamo preso il panino e di particolare non sembrava avere nulla.
Glielo feci notare, ma la signora alzò le spalle e continuò.
- Non mi sono nemmeno presentata, sono Brina Jeliel e quel bar è mio, mi piacerebbe farvi assaggiare un liquore quasi magico, così dicono almeno. Vi prego, non ve ne pentirete.-
Francesca guardò me e io lei.
Gabriel non era ancora arrivato e quella donna ci incuriosiva, per quanto avesse quell’aria così strana.
Il cane sembrava mansueto ora, totalmente diverso da quando aveva cercato di aggredirmi.
Sembrava che quasi un destino ci riportasse a quel numero 72, pensavo questo mentre seguivo la donna senza accorgermi che la vecchietta della panchina era sparita, ma c’erano molti piccioni scheletrici ora nel posto dove lei era seduta.
Da una finestra si sentiva il suono di un violino e l’odore di un sugo bruciato dava un senso di irrealtà alla strada dove ancora non passavano macchine o mezzi pubblici.
Francesca rispose al cellulare, devo dire che quella suoneria non l’avevo mai sentita e dal modo i cui lei reagì ebbi come l’impressione che nemmeno lei conoscesse quella suoneria, ma questo naturalmente era impossibile.
Sentii lei dire pronto e poi rimanere ad ascoltare senza parlare.
La strada era stranamente silenziosa, anche se da un pezzo le macchine private non potevano più circolare per Milano, i mezzi pubblici passavano normalmente taxi compresi, ma la strada era vuota.
Avevamo cambiato i lampioni per le strade, questi sembravano proprio dell’ottocento, non che io poi avessi una idea certa di come potessero essere i lampioni nell’ottocento.
C’era una panchina con una signora seduta che dava da mangiare a due piccioni, due piccioni scheletrici e macchiati, era quasi estinti tutti i piccioni a Milano e qualcuno dava la colpa alle radiazioni, ma il governo naturalmente smentiva categoricamente.
Sentii Francesca richiudere.
- Era Gabriel, dice che ritarderà, che ha avuto un contrattempo, Leo mi sembrava strano Ugo, non vorrei che ci avesse ripensato.-
- Non credo, spero di no Francesca, poi magari saremo noi a dirgli di no, ma cavoli non mi va che sia lui per primo a ripensarci.-
La vecchietta ora ci stava guardando, i due piccioni erano volati via, meglio così, sapevo che Francesca non amava molto i piccioni.
Sentii il latrato, un brivido mi salì sulla schiena, c’era una cosa di cui ho davvero paura, io ho paura dei cani.
Mia madre mi raccontava che da bambino venimmo assaliti da due cani lupo e lei per salvarmi mi sollevò sulla testa.
I cani ringhiavano perché stavo mangiando un gelato e loro lo volevano, ma quel bastardo del proprietario non ci avvertì subito, così ci misi tempo a gettarlo.
Alcuni padroni di cani sono peggiori dei loro animali.
A dieci anni un cane mi morse un polpaccio mentre tornavo a casa, dopo aver comperato Topolino all’edicola.
Non aveva fatto nulla, il cane correndo in una grande piazza mi era venuto contro e mi aveva morso al polpaccio e poi era fuggito.
I cani mi abbaiavano, sentivano che io avevo paura e mi sfidavano.
Molte volte ero riuscito a vincere la paura e persino ad accarezzarne qualcuno, ma il più delle volte evitavo di avvicinarmi e cambiavo marciapiede quando un cane era sul mio.
Francesca lo sapeva, ma non mi aveva mai preso in giro per questo, lei amava tutti gli animali piccioni e colombi esclusi.
Il cane era uno di quei molossi con la bocca grande e la bava alla bocca, non chiedetemi la razza non mi interessa e non mi informo a riguardo.
L’unica cosa che sapevo in quel momento era che quel cane faceva paura ed aveva intenzioni ostili nei miei confronti.
Abbaiava e mi si avvicinava mostrandomi i denti.
Stava per mordermi, ne sono sicuro quando una voce lo fece arrestare.
- Samael fermo, fermo Samael.-
Una donna bionda dagli occhi azzurri lo stava chiamando, ma per un attimo la bestia non sembrò darle retta, poi la donna pronunciò qualcos’altro, ma in una lingua che non potevo conoscere.
A quel punto il cane si fermò.
La metropolitana era piena di odori, odori di gente nervosa, inquieta, le teste basse quasi a voler evitare di incrociare gli sguardi.
La metropolitana è un luogo diverso, quasi magico, sospeso dal tempo e a Milano tutto sembra racchiuso in quei vagoni, anche la speranza di un giorno diverso.
Non sai se fuori piove o c’è il sole, non lo sai mai eviti di pensare, non vedi l’ora di uscire da quel luogo.
Una specie di claustrofobia che ti prende e che rifiuti di confessare anche a te stesso.
Francesca era seduta accanto a me e mi dava la mano, le piaceva darmi la mano, anche se avessi voluto evitare di farlo non avrei potuto, lei si sentiva sicura solo se le tenevo quella mano.
Aveva paura della gente, da quel giorno al Cairo, quando la folla si era messa a scappare e lei era finita per terra.
Allora non ci si conosceva, io stavo a Brescia a quel tempo e lei stava lavorando per
L’avevano schiacciata a terra e si era salvata per caso, riuscendo alla fine a mettersi sotto un tavolo di un mercante di stoffa.
Da allora aveva sempre odiato la folla, tremava ed aveva bisogno di un contatto per sentirsi al sicuro.
Su una parete di fronte il numero di un cellulare e una promessa di sensazioni strane accanto a frasi ingiuriose verso l’Inter e un cuore con due nomi.
Alla fermata di San Babila salirono due ragazzine.
Una delle due improvvisò una piccola canzoncina, una voce intonata mentre l’altra passava con un bicchiere di carta a raccogliere soldi.
Di solito non do nulla, ma quegli occhi imploranti mi commossero un po’, così misi 50 centesimi in quel bicchiere di carta, mentre un operaio che leggeva un giornale dal titolo strano “Falce e Martello” mi guardava quasi indignato.
Non mi aspettavo che un grazie da quella ragazza sui 13 14 anni e invece quasi bisbigliando mi sussurrò: stai attento al terzo angelo.
Francesca mi strinse forte la mano, affondando le unghie nel palmo, le due ragazze scesero alla fermata successiva e io ebbi un pensiero stupido.
Non so dirvi cosa avesse ficcato quel pensiero nelle mia mente, ma ebbi come l’impressione che, insomma che quelle due ragazze fossero salite solo per dirmi quella cosa.
Il terzo angelo, che diamine voleva dire?
Continua
Mi chiamo Bertrand e faccio il magazziniere.
Sono italiano, mio padre amava un filosofo inglese di nome Bertrand Russell e così ha deciso di chiamarmi in questo modo.
A dire il vero non ho idea di chi fosse, non ho fatto grandi studi ed è solo per caso che mi sono ritrovato a fare questo lavoro.
Risposi ad annuncio e conobbi Leonilde una signora elegante che mi assunse subito.
Bella donna Leonilde, inquietante alle volte però in tutti questi anni non l’ho mai vista invecchiare, sembra addirittura alle volte ringiovanire.
Io però non mi curo di lei io sistemo i vasetti di vetro negli scaffali.
File e file di scaffali con questi vasetti di vetro e tutti messi in ordine di colore.
Non è stato facile imparare le sfumature di colore all’inizio ma poi all’improvviso sono riuscito a trovare il modo di metterli in ordine.
Vasetti piccoli di vetro con una polvere sottile e sopra uno strato di gelatina trasparente.
Per anni non mi sono chiesto cosa ci fosse dentro, sono Bertrand il magazziniere non debbo trovare risposte solo fare il mio lavoro.
Ogni vasetto ha due nomi, prima vedevo solo un nome di donna accanto ad un nome di uomo, ma poi mi sono accorto che c’erano vasetti con nomi due nomi di donna e vasetti con due nomi di uomini.
Già, strano, ma io faccio il mio lavoro e Leonilde non risponde alle domande, donna stana ed enigmatica Leonilde, ma la paga è buona e lo stipendio arriva sempre puntuale.
Poi, un giorno, quel vasetto con due nomi, Bertrand e Sofia, una combinazione?
E’ stato allora e solo allora che ho aperto il vasetto e ho sentito l’odore si Sofia, non l’avevo dimenticata Sofia, mai.
Mi accorsi che Leonilde mi stava guardando con aria di rimprovero, ma non proferì parola.
Sono un magazziniere, file e file di scaffali, vasetti trasparenti e gelatina di lacrime sopra il contenuto, io ora so, ora lo so.
Rossi, gialli, verdi e mille e mille colori diversi alcuni di sesso uguale altri diverso, ma sempre solo due.
I miei vasetti trasparenti nel magazzino dell’universo degli amori incompiuti, quelli impossibili, quelli che non hanno mai avuto fine ma solo inizio.
Ora Leonilde mi sorride, a volte.