hariseldom

Non cercare di capire tra le righe, tra le righe di quello che scrivo ci sono solo spazi bianchi e forse tutta la mia incontenibile follia.

Chi sono

Utente: hariseldom
Nome: Giuseppe
AltraMusa, piccolo salotto letterario
Abisso dei poeti

Links

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
sabato, 11 aprile 2009

Quando con Cristo andiamo a pesca e parliamo di politica e di calcio

Cristo ha un carattere scontroso, di quelli che non ammettono molte contraddizioni su certe cose.
Lui poi viene sempre a pesca solo di sabato e solo che poi li mangiamo, non sopporta che si tolga la vita per puro divertimento, ma i pesci li mangia ed anche la carne.
Non bara quando peschiamo altrimenti mi arrabbio e sa che sono un amico sincero.
Spesso gli rimprovero la frase sulla moneta di Cesare, l'hanno usata a sproposito, se davvero gli ebrei avessero dato tutte le monete a Cesare saebbe cessata persino la guerra.
Ha piedi grandi e li tiene spesso in acqua, scherza e ride e dice che sono blasfemo, ma mi passa sempre gli ami quando li ho finito ed anche i piombi.
Gli chiedo sempre se ami le suore e lui evita risposte dirette anche sulla chiesa cattolica, ma certi gruppi non li sopporta, sono solo banchieri e mi dice anche perchè.
A volte ci siamo messi a ridere con i film di Don Camillo, ma spesso era dalla parte di Peppone anche se dice che Lui è sopra le parti.
Portiamo panini con mortadella e un goccio di vino, ascoltiamo musica dei Pink Floid oppure un cd della Laura Pausini.
Il vento gli scompiglia i capelli e mi prende in giro per i miei.
Abbiamo la stessa altezza e come peso stiamo li, anche se si è ingrassato da un po'.
Parliamo della vita negli altri mondi e lui dice che Asimov ha ragione in molte cose, però si scoccia se insisto e non voglio perdere un amico così.
Ci divertiamo a fare i pagliacci negli ospedali con i bambini e nei villaggi di guerra e terremoti.
Mi ha spiegato cosa voglia dire davvero libero arbitrio e del perchè grandi colpe non ha.
Solo su una cosa a volte si litiga, intanto gioca a pallone meglio di me, non che ci voglia molto, poi non è laziale e non vuol dirmi di che squadra è tifoso, ma temo molto che sia giallorosso e ditemi voi se questo non sarebbe un grave peccato?
postato da: hariseldom alle ore 20:22 | link | commenti (5)
categorie: racconto
venerdì, 20 marzo 2009

Una partita a Risiko

Il tempo opaco del riflusso alla fine delle barricate, con il sole sfilacciato dalla persiana.
La musica di Battisti a pezzettini rossi e verdi.
Le armate nere conquistano l'oceania con grande gruccio delle armate verdi.
Nord america scontro acuto tra armate rosse e armate verdi, mentre il Sud America piange ai confini.
L'Africa che subisce un acuto dal Congo con le armate gialle distruggendo l'ultimo avamposto dei rossi baluardo dell'Europa.
Intanto lei ha gli occhi tristi, per quel che è andato storto e la musica, la musica che l'assorda perchè no, non è Francesca.
postato da: hariseldom alle ore 06:55 | link | commenti (3)
categorie: racconto
giovedì, 05 marzo 2009

Il terzo angelo - quinta parte

Entrammo nel bar e ci stavamo dirigendo verso il bancone, ma Brina ci fece cenno di entrare in una stanza che non avevamo notato prima, c’erano delle scale e che portavano in basso e candelabri alle pareti.

Ora lo so, voi direte che nessuno andrebbe davvero in un luogo così con una sconosciuta, ma alle volte le cose le vivi anche se sembrano assurde ed irreali.
C’era un tavolo, con tredici sedie alcune occupate altre no.
Allora io iniziai ad aver paura, ma sul serio paura.
Francesca invece sembrava calma e tranquilla, lasciò la mia mano ed andò a sedersi in una delle sedie vuote accanto a una donna con i capelli lunghi e neri da un lato ed una bionda con i capelli mossi dall’altro.
Brina rimase vicino a me e io sarei fuggito se non fosse stato per Francesca, ma mi sentivo preso in giro qualcosa non andava decisamente sembrava una messa nera quella, anche i tredici posti erano emblematici.
Poi, da una porticina sul fondo entrò Gabriel e andò a sedersi a capo tavola e con lui entrarono altri due uomini.
Rimaneva un solo posto libero e capii che era il posto di Brina.
Lei però non fece alcun cenno di volersi sedere.
Ripensai alla ragazzina sulla metro che mi aveva detto del terzo angelo, ma da che lato dovevo contare.
Poi iniziai a capire, partendo dalla destra di Gabriel il terzo angelo era Francesca.
Brina mi prese per mano.
- Aspetta Leo, non aver paura le cose non stanno come credi tu, ci vorrà tempo per capire.
Su stai tranquillo.-
Il cane ringhiò di nuovo e io persi conoscenza.

 

postato da: hariseldom alle ore 12:56 | link | commenti (2)
categorie: racconto
mercoledì, 04 marzo 2009

Il terzo angelo - quarta parte -

La donna si avvicinò al cane e gli toccò le orecchie ed iniziò a calmarlo.
La bestia mi guardava ancora con odio feroce, ma aveva smesso di ringhiarmi.
Raramente mi era capitato nella vita di vedere una donna così bella.
Tutto era aggraziato in lei, tutte le proporzioni perfette, il viso era liscio e limpido, eppure non potevi guardala in volto senza sentire un senso di soggezione e paura dentro di te.
La voce della donna era decisa, cordiale ma al tempo stesso con un tono di comando.
- Le chiedo scusa, di solito Samael reagisce così solo quando qualcuno vuole farmi del male, non capisco cosa gli abbia preso, le deve stare antipatico o deve avere addosso un odore che lo fa star male. -
Francesca non riusciva a non usare l’ironia anche nei momenti come questo.
- Leo ti dovresti lavare di più, vedi che anche la “signora” te lo dice. -
Il tono era sarcastico e subito tra le due donne scattò una scintilla, il gesto di sfida era evidente.
A quel punto il cane pensavo si rivoltasse contro di lei, ma stranamente abbassò le orecchie quasi timoroso.
- Non mi permetterei mai di essere offensiva e per farmi perdonare vorrei offrirvi qualcosa in un bar qui vicino un bar che fa delle cose che a Milano non si trovano facilmente, Lelahel si chiama il bar venite vi ci accompagno.-
Era il bar dove avevamo preso il panino e di particolare non sembrava avere nulla.
Glielo feci notare, ma la signora alzò le spalle e continuò.
- Non mi sono nemmeno presentata, sono Brina Jeliel e quel bar è mio, mi piacerebbe farvi assaggiare un liquore quasi magico, così dicono almeno. Vi prego, non ve ne pentirete.-
Francesca guardò me e io lei.
Gabriel non era ancora arrivato e quella donna ci incuriosiva, per quanto avesse quell’aria così strana.
Il cane sembrava mansueto ora, totalmente diverso da quando aveva cercato di aggredirmi.
Sembrava che quasi un destino ci riportasse a quel numero 72, pensavo questo mentre seguivo la donna senza accorgermi che la vecchietta della panchina era sparita, ma c’erano molti piccioni scheletrici ora nel posto dove lei era seduta.
Da una finestra si sentiva il suono di un violino e l’odore di un sugo bruciato dava un senso di irrealtà alla strada dove ancora non passavano macchine o mezzi pubblici.

postato da: hariseldom alle ore 13:05 | link | commenti (2)
categorie: racconto
martedì, 03 marzo 2009

Il terzo angelo - terza parte

Francesca rispose al cellulare, devo dire che quella suoneria non l’avevo mai sentita e dal modo i cui lei reagì ebbi come l’impressione che nemmeno lei conoscesse quella suoneria, ma questo naturalmente era impossibile.
Sentii lei dire pronto e poi rimanere ad ascoltare senza parlare.
La strada era stranamente silenziosa, anche se da un pezzo le macchine private non potevano più circolare per Milano, i mezzi pubblici passavano normalmente taxi compresi, ma la strada era vuota.
Avevamo cambiato i lampioni per le strade, questi sembravano proprio dell’ottocento, non che io poi avessi una idea certa di come potessero essere i lampioni nell’ottocento.
C’era una panchina con una signora seduta che dava da mangiare a due piccioni, due piccioni scheletrici e macchiati, era quasi estinti tutti i piccioni a Milano e qualcuno dava la colpa alle radiazioni, ma il governo naturalmente smentiva categoricamente.
Sentii Francesca richiudere.
- Era Gabriel, dice che ritarderà, che ha avuto un contrattempo, Leo mi sembrava strano Ugo, non vorrei che ci avesse ripensato.-
- Non credo, spero di no Francesca, poi magari saremo noi a dirgli di no, ma cavoli non mi va che sia lui per primo a ripensarci.-
La vecchietta ora ci stava guardando, i due piccioni erano volati via, meglio così, sapevo che Francesca non amava molto i piccioni.
Sentii il latrato, un brivido mi salì sulla schiena, c’era una cosa di cui ho davvero paura, io ho paura dei cani.
Mia madre mi raccontava che da bambino venimmo assaliti da due cani lupo e lei per salvarmi mi sollevò sulla testa.
I cani ringhiavano perché stavo mangiando un gelato e loro lo volevano, ma quel bastardo del proprietario non ci avvertì subito, così ci misi tempo a gettarlo.
Alcuni padroni di cani sono peggiori dei loro animali.
A dieci anni un cane mi morse un polpaccio mentre tornavo a casa, dopo aver comperato Topolino all’edicola.
Non aveva fatto nulla, il cane correndo in una grande piazza mi era venuto contro e mi aveva morso al polpaccio e poi era fuggito.
I cani mi abbaiavano, sentivano che io avevo paura e mi sfidavano.
Molte volte ero riuscito a vincere la paura e persino ad accarezzarne qualcuno, ma il più delle volte evitavo di avvicinarmi e cambiavo marciapiede quando un cane era sul mio.
Francesca lo sapeva, ma non mi aveva mai preso in giro per questo, lei amava tutti gli animali piccioni e colombi esclusi.
Il cane era uno di quei molossi con la bocca grande e la bava alla bocca, non chiedetemi la razza non mi interessa e non mi informo a riguardo.
L’unica cosa che sapevo in quel momento era che quel cane faceva paura ed aveva intenzioni ostili nei miei confronti.
Abbaiava e mi si avvicinava mostrandomi i denti.
Stava per mordermi, ne sono sicuro quando una voce lo fece arrestare.
- Samael fermo, fermo Samael.-
Una donna bionda dagli occhi azzurri lo stava chiamando, ma per un attimo la bestia non sembrò darle retta, poi la donna pronunciò qualcos’altro, ma in una lingua che non potevo conoscere.
A quel punto il cane si fermò.

postato da: hariseldom alle ore 19:02 | link | commenti (1)
categorie: racconto
lunedì, 02 marzo 2009

Il terzo angelo

 

 

La metropolitana era piena di odori, odori di gente nervosa, inquieta, le teste basse quasi a voler evitare di incrociare gli sguardi.
La metropolitana è un luogo diverso, quasi magico, sospeso dal tempo e a Milano tutto sembra racchiuso in quei vagoni, anche la speranza di un giorno diverso.
Non sai se fuori piove o c’è il sole, non lo sai mai eviti di pensare, non vedi l’ora di uscire da quel luogo.
Una specie di claustrofobia che ti prende e che rifiuti di confessare anche a te stesso.
Francesca era seduta accanto a me e mi dava la mano, le piaceva darmi la mano, anche se avessi voluto evitare di farlo non avrei potuto, lei si sentiva sicura solo se le tenevo quella mano.
Aveva paura della gente, da quel giorno al Cairo, quando la folla si era messa a scappare e lei era finita per terra.
Allora non ci si conosceva, io stavo a Brescia a quel tempo e lei stava lavorando per la Rai, un servizio su un traffico di armi e rifiuti tossici che passava dal Cairo.
L’avevano schiacciata a terra e si era salvata per caso, riuscendo alla fine a mettersi sotto un tavolo di un mercante di stoffa.
Da allora aveva sempre odiato la folla, tremava ed aveva bisogno di un contatto per sentirsi al sicuro.
Su una parete di fronte il numero di un cellulare e una promessa di sensazioni strane accanto a frasi ingiuriose verso l’Inter e un cuore con due nomi.
Alla fermata di San Babila salirono due ragazzine.

Una delle due improvvisò una piccola canzoncina, una voce intonata mentre l’altra passava con un bicchiere di carta a raccogliere soldi.
Di solito non do nulla, ma quegli occhi imploranti mi commossero un po’, così misi 50 centesimi in quel bicchiere di carta, mentre un operaio che leggeva un giornale dal titolo strano “Falce e Martello” mi guardava quasi indignato.
Non mi aspettavo che un grazie da quella ragazza sui 13 14 anni e invece quasi bisbigliando mi sussurrò: stai attento al terzo angelo.
Francesca mi strinse forte la mano, affondando le unghie nel palmo, le due ragazze scesero alla fermata successiva e io ebbi un pensiero stupido.
Non so dirvi cosa avesse ficcato quel pensiero nelle mia mente, ma ebbi come l’impressione che, insomma che quelle due ragazze fossero salite solo per dirmi quella cosa.
Il terzo angelo, che diamine voleva dire?

Continua

postato da: hariseldom alle ore 17:51 | link | commenti (4)
categorie: racconto
lunedì, 16 febbraio 2009

Le avventure di Bertrand (terzo episodio)

Perchè mi chiamo Bertrand ora lo sapete, ma conoscete poche cose di me, poche cose.
Ho lavorato con magazziniere nel deposito degli amori incompiuti per la bellissima Leonilde, poi sono andato dalla strega Antonella e ora sono in giro.
Già con Antonella le cose all'inizio andavano anche bene sino a quando non mi ha chiesto di fare un volo sulla sua scopa.
Non so che idea abbiate del volo di una scopa, le immagini dei film e quelle del mitico Harry, bene le cose non sono affatto così.
Provate ad immaginare di mantenere un equilibrio su un manico di scopa, provate a immaginarlo.
Si cade quasi subito e ci si rovescia e quando Antonella ha fatto un sobbalzo ecco che qualcosa tra le gambe si è schiacciato, provocando un dolore che non potete immaginare.
Lei rideva, non so come faccia a stare in equilibrio sulla scopa, si vede che ha delle ventose una strega e non vi dico dove, io no, io sono sceso a un metro da terra sbattendo il sedere.
Giurando di non salire più su quella maledetta scopa per tutti i miei futuri giorni.
Sono andato via un mattino, mentre lei dormiva, forse singhiozzava, almeno ho avuto questa impressione, come se fosse sveglia e volesse solo fare finta di dormire.
Però le ho preso un sacco per mettere le mie cose, non ho una valigia o un borsone e ho preso un suo sacco.
Solo che il sacco di una strega non è come il sacco di una donna normale, questo l'ho scoperto dopo, quando l'ho aperto per prendere un paio di jeans mie per cambiarmi e ho trovato le storie.
Si avete capito bene le storie.
Tante, raccolte per le vie del mondo, storie e favole di gente comune, pianti e sorrisi e persino grandi e impossibili amori.
A volte mi fermo in un crocicchio, i crocicchi sono i posti migliori per fermarsi e le racconto.
C'è sempre qualcuno che si ferma ad ascoltarle, si mettono seduti con le gambe intrecciate e non si alzano se non ho finito di raccontarle, scordano persino di mangiare o di fare pipì.
Non solo bambini o giovani fanciulle, ma anche tanti adulti, qualcuno fa domande, qualcuno ride, qualcuno piange e la cosa incredibile è che dopo che ho finito di raccontarle il sacco è ancora più pieno, come se la gente mi dia più di quanto do loro.
Ora mi addormento e sogno, domani magari vi racconto tra le varie persone che mi hanno ascoltato chi ho incontrato di particolare, domani però ora ho bisogno di dormire.
postato da: hariseldom alle ore 11:01 | link | commenti (2)
categorie: racconto
venerdì, 13 febbraio 2009

Bertrand il magazziniere

 

Mi chiamo Bertrand e faccio il magazziniere.
Sono italiano, mio padre amava un filosofo inglese di nome Bertrand Russell e così ha deciso di chiamarmi in questo modo.
A dire il vero non ho idea di chi fosse, non ho fatto grandi studi ed è solo per caso che mi sono ritrovato a fare questo lavoro.
Risposi ad annuncio e conobbi Leonilde una signora elegante che mi assunse subito.
Bella donna Leonilde, inquietante alle volte però in tutti questi anni non l’ho mai vista invecchiare, sembra addirittura alle volte ringiovanire.
Io però non mi curo di lei io sistemo i vasetti di vetro negli scaffali.
File e file di scaffali con questi vasetti di vetro e tutti messi in ordine di colore.
Non è stato facile imparare le sfumature di colore all’inizio ma poi all’improvviso sono riuscito a trovare il modo di metterli in ordine.
Vasetti piccoli di vetro con una polvere sottile e sopra uno strato di gelatina trasparente.
Per anni non mi sono chiesto cosa ci fosse dentro, sono Bertrand il magazziniere non debbo trovare risposte solo fare il mio lavoro.
Ogni vasetto ha due nomi, prima vedevo solo un nome di donna accanto ad un nome di uomo, ma poi mi sono accorto che c’erano vasetti con nomi due nomi di donna e vasetti con due nomi di uomini.
Già, strano, ma io faccio il mio lavoro e Leonilde non risponde alle domande, donna stana ed enigmatica Leonilde, ma la paga è buona e lo stipendio arriva sempre puntuale.
Poi, un giorno, quel vasetto con due nomi, Bertrand e Sofia, una combinazione?
E’ stato allora e solo allora che ho aperto il vasetto e ho sentito l’odore si Sofia, non l’avevo dimenticata Sofia, mai.
Mi accorsi che Leonilde mi stava guardando con aria di rimprovero, ma non proferì parola.
Sono un magazziniere, file e file di scaffali, vasetti trasparenti e gelatina di lacrime sopra il contenuto, io ora so, ora lo so.
Rossi, gialli, verdi e mille e mille colori diversi alcuni di sesso uguale altri diverso, ma sempre solo due.
I miei vasetti trasparenti nel magazzino dell’universo degli amori incompiuti, quelli impossibili, quelli che non hanno mai avuto fine ma solo inizio.
Ora Leonilde mi sorride, a volte.



postato da: hariseldom alle ore 19:43 | link | commenti (2)
categorie: racconto
sabato, 27 dicembre 2008

Il fascista - seconda parte

- mi senti ragazzino? -
Il ragazzo con la divisa nera mosse la testa e poi con un filo di voce disse.
- mamma,-
- O santa montagna, ma che cazzo dici ho 25 anni non posso essere tua madre, farfugli che cavolo hai. Puzzi da morire te la devi essere fatta addosso. Fascistello del cavolo non sono tua madre.-
Il ragazzo si muoveva appena e continuava a ripetere mamma.
- Che cavolo hai? non vedo sangue o ferite, devi avere una malattia.-
Un gruppo di partigiani raggiunse Maria mentre lei sorreggeva la testa del ragazzo e gli passava dell'acqua sulle labbra.
Uno con la barba folta e nero, il più anziano del gruppo le chiese.
- Chi è Maria? può parlare? interrogalo e dopo sai quello che devi fare.-
Maria alzò di scatto la testa aggiustandosi quei maledetti capelli che tanto le davano fastidio.
- Cosa debbo fare? Bibò sei scemo compagno? E' poco più di un bambino, mi ha scambiato per sua madre.-
L'uomo avvicinò il suo viso a quello della ragazza, l'alito puzzava di cipolla e vino.
- Sei una partigiana, non puoi fare prigionieri, quello non può nemmeno camminare, non dire stronzate. Interrogalo e poi tagliali la gola, non sparargli o segnali la nostra posizione. Non vanno mai da soli quei porci.-
Maria stava per rispondergli a tono, poi si frenò la lingua.
Annuì con la testa, ma Bibò non era scemo.
- Yanez rimani con lei, non vorrei che la compagna avesse qualche scrupolo di coscienza.-
Poi il gruppo proseguì per la sua missione, dovevano ricongiungersi alla roccia nera con i bianchi e preparare l'attacco alla caserma di Agordo.
Maria prese la testa del ragazzo e se lo strinse al petto.
- che scemo che sei, arruolarti così giovane, magari non avevi nemmeno scelta.-
Frugò nella sua giacca.
La fotografia di una donna con i capelli neri e due ragazzi piccoli, uno dei due sembrava lui alcuni anni prima.
Una stella alpina secca e pochi spiccioli.
Lo stemma del Torino e dietro la firma di qualcuno, una dedica, un autografo.
Il ragazzo tossì forte e per poco non inondò il petto della ragazza con un fiotto di sangue.
La ragazza prese la fotografia, quella doveva essere sua madre e quello accanto a lui un fratello, rimise il resto nella giacca del ragazzo.
Sentirono gli spari poco più giù, venivano da Canale.
Yanez le si rivolse imperioso.
- andiamo svelta.-
Maria non ebbe tempo di fare altro.
Yanez fece qualcosa al ragazzo, poi con una mano la prese e iniziarono a correre verso l'alto.
- lo hai ucciso?-
Yanez non rispose, ma continuò a correre e lei con lui.
Continua 
postato da: hariseldom alle ore 07:53 | link | commenti (6)
categorie: racconto
venerdì, 26 dicembre 2008

Il fascista - prima parte

Maria aveva i capelli ricci, troppo lunghi e incolti.
Doveva sempre metterli sotto il cappello perchè da troppo tempo nessuna parrucchiera gli aveva dato una sistemata.
Le montagne erano già piene di neve e faceva freddo, forse doveva dar retta a sua madre e starsene a casa al posto di unirsi ai partigiani.
Così si era scontrata con i suoi, la gente mormorava e sapeva che sotto, sotto dicevano che era una puttana e che andava con tutti.
Aveva litigato di brutto per questo con sua zia, donna di chiesa e che in passato aveva sempre osannato al Duce ed al Re e quando il Re era andavo via con la coda tra le gambe, aveva detto che Mussolini era rimasto solo, che lo avevano tradito.
Lei odiava sua zia, da quando era una bambina la odiava.
Da piccola la costringeva ad andare a messa e quel prete era un porco, lei gli aveva detto che le toccava sempre le ginocchia, ma sua zia diceva che un uomo di chiesa non faceva quelle cose, che era lei che si inventava tutto e sua madre poi la picchiava pure, perchè le diceva che era una bigiarda.
Aveva trecce bionde e occhi verdi Maria e tutti le facevano il filo in paese.
Però a lei piaceva Matteo, quello strano, quello che per primo era scappato in montagna a farsi partigiano, la storia era durata solo un mese, poi lei lo aveva scoperto con la Lidia e aveva capito che tipo fosse veramente.
Avrebbe lasciato le montagne se non fosse stato per Marcello, non era amore e forse era solo un dispetto quello di Maria.
Erano sulle montagne sopra Falcade, lei era davanti per cercare di incontrare le brigate bianche.
Non correva buon sangue tra loro a dire il vero si odiavano, ma gli ordini erano di collaborare, la resa dei conti la lasciavano a dopo la fine della guerra.
Trovò il ragazzo per terra, sotto un abete.
La schiena appoggiata al tronco, la camicia nera sporca di vomito, gli occhi sbarrati, ca...al massimo poteva avere 16 anni quel ragazzino con le mostrine della Repubblica di Salò.
Appoggiò le mani al petto del ragazzo, non sembrava ci fosse alcun battito, toccò la vena iugulare e avvicinò il suo viso alla bocca del ragazzo per sentirne il respiro.
- Il tuo cuore batte e respiri anche, mi senti ragazzino?-
- continua...forse-
postato da: hariseldom alle ore 19:03 | link | commenti (3)
categorie: racconto