Io i giorni buffi li conosco, sono quelli in cui le cose si appiccicano con carta biadesiva sulle suole delle scarpe.
Non li “strecci” e non sono deliri o contrattempi, sai di quelli insanabili o da infarto, no sono solo piccoli contrattempi che ti fanno sentire un po’ Paperoga e non Paperino che a volte è peggio.
Come ieri, disperato che pensavo di avere la patente scaduta da quattro mesi e invece non mi ero accorto del bollino di rinnovo sino al 2014.
Già a me capita spesso, come quando andai ad una riunione a San Salvo e chiesi a tutti un indirizzo, poi una sede di partito per poi scoprire che invece dovevo andare a San Vito.
Vi lascio immaginare i commenti a riguardo, ma sono così, eppure sul lavoro sono serio e scrupoloso, non tardo agli appuntamenti quasi mai.
Forse sono buffo io, forse lo sono sempre stato come la scena in classe con tutti ad accusarci per non far punire uno di noi, io che mi alzo e mi autoaccuso e poi uno dopo l'altro tutti gli altri e quel professore che a momenti gli veniva una sincope.
Dire che non avevano ancora girato "l'attimo fuggente".
Eppure si divertono quelli che lavorano con me, ci mettono l'anima dentro e io uno ad uno li stimo e li adoro sempre.
Giorni buffi da torte in faccia, giorni in cui le cose si impigliano come una canna da pesca, che tu lanci e ti cade il mulinello in acqua e non riesci a riprenderlo e vai in macchina per prendere un'altra canna e ci manca qualcosa.
Oppure quel giorno sul Turano alle cinque del mattino che scendi per pescare e ti accorgi di aver dimenticato i piombi e spessi subito e...riprendi la macchina e torni a casa, come quella sera sul Maggiore a Stresa che ti si rompe la torcia appena arrivi.
Già, il primo che ride finisce nel lago, il primo che mi paragona a Paperoga gli nasce un foruncolo puzzolente sul naso.
Ma poi, che importa? in fin dei conti il mondo è forse il frutto di un giorno buffo di Dio, qualche pasticcio nella creazione lo ha creato pure lui, non credete?
Il giorno in cui dirottarono la linea uno avevo preso l'autobus per tornare a Francavilla al Mare.
Lo presi vicino alla stazione vecchia di Pescara Centrale un pomeriggio di gennaio che c'era nebbia e pioggerellina.
Il primo a mettersi vicino all'autista fu un uomo grasso e grosso che parlava con un accento strano.
C'era poca gente la signora con la busta della spesa, un avvocato con una cartella nera, una ragazza che spesso incontro su quell'autobus e un signore che sembra uno della regione che parla di intrallazzi al cellulare.
Luci notturne, vetri sporchi e scritte a non finire sopra i sedili.
Non fu lo zingaro in carne a dirottare, lo sapevo che pensavate a male.
Salì alla fermata successiva un vecchietto di oltre settanta e rotti anni.
Scansato di malo modo lo zingaro cacciò dalla tasca una pistola e disse all'autista, fai rotta per Cuba.
Quello sul momento restò interdetto, non capiva se era uno scherzo o cosa, ma al primo movimento del signore grosso quello sparò un colpo in aria e si capì che non scherzava.
Messosi vicino all'autista lo fece girare per la nazionale verso Francavilla e tutti sanno che l'autobus passa per il mare.
Poi, vicino alla villa disse all'autista di girare a destra, verso una salita su una collina.
Salì l'autobus arrancando senza incotrare resistenza.
Tutti eravamo sbigottiti e nessuno osava proferir parola.
Di colpo arrivammo in un posto strano, non ero mai stato in un posto simile.
L'auto finì dentro una buca e per poco non si rovesciò di lato.
Impantanati ed immobili in luogo strano, mentre la notte si era fatta fitta.
Il vecchietto con un sorriso disse all'autista: "apri lo sportello" e scese.
L'autobus non andava ne avandi ne indietro e trovammo gente fuori ad aspettarci, gente di colore con sorrisi abbaglianti.
- Tutto bene autista? cosa ci fai da queste parti?- disse un omaccione grande e grosso.
Scendemmo tutti per trovar la strada di ritorno.
Giuro non mento, c'era una palma ed erano tutti di colore, uno aveva un basco sulla testa e sorridendo disse Hasta Siempre.
Pescara ha due ponti principali e uno che stanno costruendo al mare.
Se ci sono stati disastri giudiziari nella mia città lo si deve proprio al terzo ponte, ma all'epoca del fatti che vi voglio narrare, il terzo ponte non è ancora stato costruito.
Il ponte più vicino al mare è quello a maggior intensità di traffico, parte corso Vittorio Emanuele e sbuca su Viale Marconi.
Accanto vi è un vecchio ponte della ferrovia, ora adibito a pista ciclabile, invero non molto utilizzata, per non dire per nulla.
Proprio dal ponte in ferro della ferrovia sebrò sbucare dal nulla la bara, che attraversò il ponte di cui vi parlo.
Un forgone della posta inchiodò di colpo costringendo ad una brusca frenata la signora Rapino, cassiera della Banca Popolare.
La su nominata stava per mandare in un posto di vacanza ameno il conducento del furgone postale quando anche lei vide la bara.
Perchè visto che non volava certo troppo in alto, tutti erano in grado di scorgerla e capire cosa davvero fosse.
Una bara marrone scure con venutare rosse in simil ciliegio, con tanto di maniglie di ottone e croce sopra il coperchio.
La bara si fermò un attimo sul ponte stesso.
Come il traffico compresi due tamponamenti e quattro imprecazioni.
La vigilessa Perrini stava accorrendo quando anche lei si avvide della causa del trambusto e subito chiamò la centrale.
- presto occorrono rinforzi. Centrale sono Perrini mi sentite? Occorrono rinforzi e vigili del fuoco o poliziotti o al limite mandino pure un elicottero, c'è una bara che sta volando sopra il ponte...-
Non vi dico gli sghignazzi alla centrale, tutti a prenderla in giro povera donna, salvo a ricredersi di li a poco.
Intanto uno strombazzar di clacson da entrambi i lati fece accorrer gente da ogni dove.
Impiegati delle provincia e del comune, solerti assicuratori e baristi con grembiule.
Persino le suore di un istituto religioso non lontano, tutti a guardare quella bara che girava nel cielo del ponte.
- deve essere un trucco cinematografico.-
- no penso sia un ologramma.-
- forse una trovata di Berlusconi.-
-direi piuttosto che c'è un elicottero più in alto.-
Salvo che il cielo era terso e di elicotteri non si vedeva traccia.
Fili, ci devono essere fili tesi tra i ponti che fanno fare un giro a quella bara, come con il bruco, un trucco insomma.-
Raccontava con voce acuta il politico di turno.
Perrini, vigilessa bassina e carina, non sapeva a quel punto cosa fare e prima che arrivassero i rinforzi si avvicinò sotto a quella bara.
Quasi per voler aumentare la sua paura ecco che la bara fece una cosa imprevedibile, al posto di allontanarsi da quel posto ecco che atterrò a lei vicina.
Sgomento, urla e qualche applauso.
Una voce che gridava persino agli ufo e il pazzo del ponte che si avvicinava con le cuffie finte e una radio raccolta chi sa dove.
Lui rideva più degli altri e più di tutti si avvicinò al manufatto, ma prima che potesse toccarla ecco il coperchio sollevarsi.
Di colpo sul ponte scese un silenzio, persino i clacson vollero tacere e un piccone fece un balzo indietro.
Cosa mai sarebbe apparso da quella cassa?
Una mano, una gamba di donna con scarpe con il tacco e una divisa.
Ecco spuntare un viso di una donna con una cuffia in testa, una cuffia d'ordinanza in testa.
La donna si alzò in piedi e si stirò dopo essersi aggiustata la gonna che il pazzo stava osservando con forte desiderio in volto.
La vigilessa si avvicinò a quella donna.
Quasi con invidia essendo la vigilessa bassa mentre quella che era una hostess dell'Alitalia era alta, bionda e bella.
Ma prima che la tutrice dell'ordine potesse parlare, la donna della bara le fece un sorriso e con candore le chiese.
- per favore, ho urgente bisogno di un bagno, mi scappa.-
E sono qui
su questo balcone
davanti all'Acropoli
a contare i sassi della storia
con una brezza lieve sulla mia pelle
e un fucile poggiato
con quattro colpi in canna
E da questa posizione
anche il cielo
anche il cielo
può dirmi la sua
mentre le lenzuola stese
nascondono amore o forse paradisi
Brezza sulla pelle
una sedia di vimini
traballante ad un angolo
e lontano la musica di una chitarra
Ho ancora nelle mie narici
il tuo profumo
e sulle mani
una capello tuo
biondo
lungo
che mi racconta
che mi contraddice
quando penso sia stato un sogno
vederti sotto le scale
con tua figlia
quel giorno
quel giorno in cui ho cambiato la mia vita
E sono qui
in attesa
quattro colpi nel fucile
per la mia ultima missione
perchè ho giurato
ho giurato che avrei cambiato vita
ma tu
tu non lo sai
no, non sai nulla di me
Ecco la macchina nera
l'uomo dai capelli grigi
la sua borsa di pelle
vicino alle rovine
lui
il mio contratto
Brezza sulla pelle
calcolando la traiettoria
in mezzo agli occhi
ora
Bianche lenzuola
odore di mare
e di cordite
il silenziatore accoglie
il mio contratto
senza battito di ciglia
ora
Nuvole basse e fiocchi di neve
la strega delle lande fabbrica nuvole
dalla sua caldaia mezzo arrugginita
escono paperi
e fate indovine.
***
In alto dieci colombi in assetto di guerra
volano a stormo
in formazione serrata.
***
Il vecchio occhio guercio
picchia sul campanile di Santa Rita
gli altri s'accondano mentre in alto
una delle nuvole bianche forma una padella.
Fuggono i passeri d'altra sponda
la Dora segna loro il confine
Ala macchiata protegge il suo comandante
***
Un falco con la stella americana sul muso
tenta la distrazione del borgo
ma zampa nera e piuma grigia
lo spingono in basso
hanno becchi d'acciaio
e ferocia negli occhi.
***
Dieci colombi in assetto di guerra
costeggiano la nuvola del guerriero piumato
poi si infilano tutti sotto l'arco olimpico
mentre la scontrosa becco di giada
amoreggia con soffici piume
ma non ha paura di fare la guerra
non ha paura d'amare e fare la guerra
ai falchi d'argento.
***
Dieci colombi
la leggenda della Mole Antonelliana
disegnano arazzi
giocano con le nuvole
fanno finta di fare la guerra
mentre i bambini
mangiano zucchero filato
e girano in tondo
tra pupazzi di neve
e nuvole, nuvole della strega delle lande
in forme e segnali
in animali e disegni
nei giorni dei giorni
che scoppiano come favole
come favole
sui cieli di Torino
Lo sapevano tutti
che Adua avesse un amante,
ma che fosse il demonio
quello non lo avrebbe detto nessuno,
nemmeno il maresciallo
nemmeno il parroco
e tanto meno l'onorevole Palle Appese.
***
Invece era così
che andavano le cose
a Villa Immacolata
dove spesso andava
il Signore degli Inganni
quello che voleva vivere centoventi anni.
***
Io pensavo che Adua fosse donna onesta,
ma per i soldi
per i soldi puoi perdere la testa,
ne sapeva qualcosa l'Onorevole Palle Appese
quello degli appalti del Cavalier Cortese.
dire che lui con la Adua ci aveva provato
ma pensava che fosse di altra religione,
nel senso di metafora
insomma di orientamenti sessuali.
***
Ma Adua era in verità devota del Demonio
e così fu che propose il patto
al Signore degli Inganni
la sua anima e le sue industrie
per una vita lunga
e sessualmente piacevole,
lui accettò,
ma poi alla fine il Demonio stesso ruppe il patto
che dire
che fare?
sissignore, ruppe il patto
che quel tale, che voleva vivere cento venti anni,
voleva prendere anche il posto suo all'inferno
e creare una loggia altro che bolgia
con uno che lo aveva aiutato in passato
un certo Corbelli Licio
***
E fu così
che il Demonio stette con la Adua,
a Villa Immacolata
e non volle più saperne di patti
di Ali e tagli e di bastonatori da far finta
che fossero innocenti,
lui era un demonio,
ma al confronto
pareva un santo
e con quella gente
non volle più spartir proprio niente
A volte vado al cimitero degli ombrelloni, mi piace passaggiiare tra quei dolori.
Stoffe strappate, raggi piegati e legno marcio.
Ecco quello che ha ombreggiato la signora del terzo piano, quella che mi faceva sognare da bambino e che mi aiutò quando mi ruppi il braccio.
Ecco l'ombrellone del ragioniere che strillava sempre, quello con il pancione e la moglie dagli occhi tristi.
Gli ombrelloni hanno la memoria lunga e a volte mi raccontano storie che nessuno ascolta, come quello della ragazza che voleva amarmi, tanto tempo fa, quando avevo i capelli lunghi ed magro come un chiodo.
Forse fu colpa della mia timidezza, forse d'altro, certo che ombrellone mio potevi dirmelo allora che forse, forse il resto sarebbe stato un altro.
Alla fine, nascosto da uno giallo e rosso che mi ricorda una squadra avversa ,ecco uno con i raggi arrugginiti che io ricordo.
Mi ha visto bambino fare grandi buche sino all'acqua ed è l'unico che sorride, già sorride, spero solo che non i prenda in giro per quello che sono diventato ora.
Racconti Marfini
Clotilde è infermiera nell’ospedale pediatrico del Bambin Gesù da tanti anni, tanti.
Adora i bambini Clotilde dai capelli rossi e dagli occhi verdi, i bambini adorano lei.
Va sempre alla fontana del parco e i bambini vanno a vedere le cose che fa.
Clotilde sa fare delle barchette di carta bellissime e colorate e i bambini danno alle barchette nomi di fantasia.
Giuseppe è un bambino dispettoso che spesso le corre dietro per farle i dispetti.
Così quel giorno decide di mettere uno scarafaggio dentro una barchetta di carta.
Appena se ne accorge Clotilde lo sgrida. Per paura? Ma no e che Clotilde ha un rispetto per la vita di tutti gli esseri viventi, non a caso è anche vegetariana.
- Giuseppe che hai fatto? Povero scarafaggio così morirà affogato.-
Giuseppe ride, ride un pochino strano Giuseppe senza capelli con il suo pigiama a righe di una volta.
Ha 11 anni Giuseppe ed una strana malattia che per poterlo curare i medici gli fanno dei bombardamenti di qualcosa che gli fa cadere i capelli.
- Ma che dice infermiera è solo uno scarafaggio e poi non vede come si diverte? La super crociera dello scarafaggio. -
La barchetta veleggia verso il centro della fontana e lo scarafaggio si guarda attorno, la sua testolina con le antenne sporge.
- Ha paura lo vedi che ha paura? Che male ti ha fatto?-
Giuseppe continua a ridere.
- ma infermiera che dice è solo uno scarafaggio.-
Clotilde è molto buona, ma non bisogna mai farla arrabbiare.
Mette una mano sulla spalla del bambino e…
All’improvviso Giuseppe vede tutto molto grande e guarda l’acqua attorno a lui, le sue antenne si agitano ha un senso di panico, vorrebbe scendere ma sente l’acqua.
Giuseppe è terrorizzato ed urla.
- aiuto, salvatemi sono uno scarafaggio.-
Dopo un attimo tutto finisce e si ritrova se stesso.
Subito corre a prendere una canna con uno straccio sopra che usano quelli che puliscono per togliere le ragnatele.
Prende con quella una barchetta e la fa avvicinare.
Poi fa scendere lo scarafaggio per terra e quello quatto, quatto se ne va via.
Clotilde gli accarezza la testa.
- Bravo Giuseppe.-
- come ha fatto Clotilde come? -
- domani ti racconterò dei poteri Marfini, ma ora vai che stanno passando il pranzo. -
Un gatto al guarda divertito, ha ascoltato e sentito tutto, un gatto bianco che scodinzolando se ne va via.
Clotilde guarda il gatto mentre si alza per tornare al suo lavoro dopo la breve pausa.
Sul palmo della mano ha una piccola stella disegnata, una piccola stella simbolo del popolo dei Marfini.