Eravamo rimasti ad una collina dietro San Polo dei Cavalieri, località conosciuta da tutti.
Come no?
San Polo è un paese tra Tivoli e Castel Madama, in provincia di Roma.
Due persone un uomo ed una donna di circa 30 anni di età stanno raccogliendo more e la donna si chiama Livia.
L'uomo chiede a Livia di tornare indietro.
- Costantino, sei uno sfaticato, ti stanchi subito e stai mettendo su pancia, muoviti che è presto e mi servono molte più more per fare la crostata e qualche barattolo di marmellata.-
Costantino sbuffa, ma evita di replicare, sa da solo che la pancia gli sta crescendo e non gli va di litigare con Livia.
Stanno insieme da tre anni e Livia per Costantino è stata la donna che lo ha fatto uscire da un periodo nero.
Anni in cui il lavoro era andato a rotoli e la banca lo aveva pure protestato mettendolo letteralmente in ginocchio.
Livia lo aveva raccolto, il termine è davvero appropriato, davanti ad una chiesa.
Erano stati compagni di scuola alle elementari e per lei Coostantino era stata la prima cotta.
Molto più alto di lei e con una carnagione così olivastra che sembrava quasi uno straniero, Costantino, nonostante l'aspetto trascurato era sempre un bell'uomo.
Lui forse non amava lei come lei amava lui, ma nutriva per la donna un affetto misto a rinoscenza.
Sempre nelle coppie c'è chi ama di più e chi ama di meno, ma grazie al rispetto e alla stima si riesce a convivere decentemente.
Mancavano i figli a quella coppia, ma ci stavano pensando seriamente, per ora si trattava solo di more.
Davanti a loro c'erano due mucche al pascolo, due mucche che avevano lasciato in giro i loro escrementi.
Su uno di questi escrementi Costantino fece un bel volo.
Precipitò per alcuni metri più in basso e per poco non andò a spattere con la testa su una pietra, ma cadendo finì davanti a quella che sembrava una grotta.
- Ti sei fatto male Costantino?-
L'uomo era attratto da quell'apertura, avvertiva un profumo uscire da quella grotta, un profumo che gli ricordava qualcosa, ma non riusciva a capire cose.
Senza rispondere alla donna varcò l'entrata di quella che sembrava una grotta.
Il pastore stava seduto al centro della grotta accanto ad un fuoco.
- entra, ti stavo aspettando.-
Continua
Esistono altri mondi attorno a noi, mondi in sui spesso i bambini la notte si rifugiano, mondi incantati, ma che hanno anche molti pericoli.
Nei secoli gli scrittori hanno sbirciato oltre la tenda che li nasconde e hanno carpito o hanno creduto di carpire i loro segreti, ma non è andata così come credono tutti.
Ci sono luoghi dove è pericoloso andare, luoghi dove non ci sono porte di ritorno.
Questa storia che sembra una favola, ma non lo è affatto, questa storia dicevo è un fatto veramente accaduto o che sta accadendo davvero, ora anche mentre qualcuno, ignaro dei pericoli che corre, scorre le parole tranquillamente senza sospettare il sortilegio che vi si ciela.
Lasciate dunque queste pagine o se iniziate arrivate sino alla fine.
Da questo istante in poi è molto, molto pericoloso se si continua interrompere al lettura.
Cercate uno spicchio d'aglio se siete così incauti da voler proseguire e tenetelo a portata di mano.
Orsù, inizi dunque la storia, che è stata che è e che sarà.
Tutto inizia sulle colline accanto a un paese chiamato San Polo dei Cavalieri.
Ci sono mucche al pascolo e tante ginestre su quelle colline e due viaggiatori incauti stanno cercando le more per farne una crostata.
Un uomo ed una donna.
Lui molto più alto di lei le sta dicendo.
- Sono piuttosto stanco Livia, non sarà il caso di fermarci e tornare alla macchina?-
Continua
Lui faceva l'ammaestratore di nuvole
le legava con un laccio emostatico
e con le sue nuvole raccontava le favole
la principessa che volava
a pochi metri da terra
e il navigante delle barche di carta
l'albero dei mille frutti
e il segreto dei chicchi di riso.
Lui ammaestrava le nuvole
e poi le portava nei cieli d'arabia
o in quelli dell'India profonda
per far volare gli elefanti.
Alla fine
per colpa di un vento
senza ragione
alla fine finì
nella foresta selvaggia
sul rio delle Amazzoni
e cadde
attaccato al suo filo
in gorgo della corrente.
Lui era ammaestratore di nuvole
ma il vento
era invidioso
così lo punì
per non farlo guarire.
Nel cielo
di una città senza sogni
lo trovi al mattino
sfiorare
l'oceano del cielo
attaccato ad una nuvola
più nera
di una corda piena di grasso
ma tu non chiamarlo
ma tu
lascialo stare
quello è solo
l'ammaestratore di nuvole
punito dal vento.
Nella palude dei sette formaggi c'era gran fermento.
La volpe vecchia e lasciva aveva deciso di prendere il potere, così corrompendo, minacciando e con alleanze alquanto torpide riuscì a vincere le elezioni allo stagno dei sette formaggi.
Volpe astuta dovette scendere a compromesso con rospo cupo, un tipaccio ignorante che aveva la sua bella maggioranza dalla parte del tiglio morente.
Rospo cupo era ignorante e di molto, ma di molto razzista nei confronti delle belle rane, che lui naturalmente vedeva brutte.
Le rane vennero a lungo perseguitate, i rospi organizzavano ronde per tutto lo stagno, ubriachi molestavano insetti e piccoli roditori, sino a creare un clima di terrore.
Lo stagno poco alla volta iniziò a morire.
Volpe astuta distrusse tutte le piante medicinali, tutte le ninfee, tutti i fiori dello stagno.
Venne allora da molto lontano un serpente, una biscia nera e lucida.
Davanti a lui si parò una piccola rana che piangeva.
- mangiami pure biscia, tanto cosa mi importa. La vita delle rane nello stagno non è vita. -
La biscia, che aveva studiato allo zoo di Berlino, rimase colpita da quelle parole, mai aveva sentito una rana rassegnarsi così alla morte e volle sapere di più.
La rana raccontò alla biscia tutto quello che era accaduto e la biscia si arrabbiò tantissimo.
Arrivò alla riva dello stagno e lo bevve tutto, divenne grande, ma tanto grande, grande come uno stagno.
Volpe astuta e Rospo cupo corsero a vedere cosa era successo e trovarono la grande biscia gonfia.
- Brutta biscia schifosa.- Disse con vuce rauca il grande ropso.-
- Brutta biscia clandestina.- Disse sorridendo Volpe Cupa.
La Biscia aprì la bocca e sputò tutta l'acqua dello stagno addosso ai due e la corrente di trascinò via, via lontano sino al mare.
Lo stagno rifiorì negli anni successivi e la biscia...mangiò le rane, quando le prendeva, quando ci riusciva, ma almeno non erano rane depresse.
D'ortensie e gelsomini
di garofani e rose
il balcone fiorito
della principessa del sorriso.
***
Lei guarda la luna di giorno
con il suo vestito azzurro
il suo volto incorniciato
dai ghirigori di ferro
della ringhiera ottomanna.
***
E c'è sempre un uccello
che volteggia
e una farfalla dipinta
una farfalla dipinta che vola
***
La gente alza sempre lo sguardo
tra le ortensie
e la pricipessa
dispensa saluti
ed una parola gentile
di lamponi e di grano
di sogni e di emozioni.
***
E profumano i gelsomini
sui denti della donna bambina
cresciuta con una favola
disegnata da un dolore
***
E sono rose
e sono petali
a cadere
mentre lei seduta
con le labbra di rosso rossetto
manda un bacio a chi l'ama
***
E di garofani lei profuma
le mani
di garofani
ma non si alza la principessa
che vede il mondo passare
che vede le corse per un nascondino
lei che non può correre
lei che seduta sulla sua sedia a rotelle
dispensa sorrisi
e saluta e manda baci
tra una ortensia, una rosa
o forse solo un ricordo
di quando correva
Li ho visti arrivare con la pioggia i cavalieri delle torri nere, li ho visti con i loro falsi sorrisi e con le false promesse.
Li ho sentiti giurare, come sempre e ho visto le loro mani sporche di sangue.
Dividevano i soldi degli altri per fare torri d'avorio e ingannaro la gente con il vuoto dei loro pensieri.
Essi erano al tempo stesso controllori e controllati, in questo modo erano sicuri di essere assolti, in questo modo ogni voce fuori dal coro veniva bandita.
Distribuirono l'oppio a grandi elettori, perchè le menti bisogna addestrarle, perchè le menti bisogna placarle.
Presi dall'oppio i popoli rimasero inebetiti a guardare i cavalieri delle torri nere con bianchi cavalli.
Allora una donna con le ginocchia sbucciate e senza rossetto ha sollevato una mano per chiedere dove, dove appendere il filo della sua nuvola e loro rimasero stupiti.
Occhi scuri, capelli legati e un vestito da poco, comperato al mercato delle indulgenze.
La presero che nessuno guardava, in silenzio la portarono nel tempio delle mucche e delle farfalle, le promisero un trono, le promisero una strada con il suo nome, lei rispose che voleva solo un futuro per i suoi figli.
Arrivarono quelli delle torri nere, con i loro cavalli bianchi e i loro falsi sorrisi, arrivarono di notte e portarono via la donna che voleva sapere.
Dimenticarono la sua nuvola legata ad un ramo di pesco e la pioggia che venne lavò la menzogna e la pioggia della nuvola lavò il peccato del silenzio dalle terre martoriate.
Nascerà un albero, un giorno, porterà il nome di quella donna.
Ma non sarà oggi, no, non oggi.
Lo chiamavano così Paul Cobalto e perchè cobalto davvero non lo so. I suoi occhi non erano blu e nemmeno la sua pelle, ma iniziarono a chiamarlo così e una donna dice di sapere perchè.
Era figlio di un bisonte e di una tartaruga e correva nella vita come in una prateria.
Suo padre un caciatore della montagne rocciose e sua madre una donna di Bombay.
Per Dio aveva una stella e per chiesa la terra a primavera.
Blu Cobalto crebbe nelle strade di New Orleans dipingendo sui muri la storia degli indiani d'america e forse, forse diranno che era per il colore blu che lo chiamarono Cobalto, ma io lo conoscevo da ragazzo e già lo chiamavamo così.
Tutte le ragazze più belle s'innamoravano di lui, ma quando morì suo padre Cobalto cambiò.
Fece a pugni con un ragazzo di colore per un canestro di troppo o forse per gli occhi della sua donna.
Un colpo di troppo e Cobalto iniziò a cambiare e forse a diventare cattivo, però sapeva disegnara angeli e li disegnava sui muri della sua città.
Aveva bisogno di soldi e così partì per la terra delle fiabe, ma non trovò tappeti volanti ma corpi di bambini straziati.
Quando gli chiesero di uccidere gente disarmata si rifiutò e un sergente lo gettò dentro un fosso e disse che era un terrorista.
Questa è la storia di Paul Cobalto, un uomo figlio di un bisonte e di una tartaruga.
Non fece grandi eroismi, non ebbe nemmeno un figlio per raccontarlo, ma una donna lo raccolse dal fosso, una donna principessa persiana che lo portò sul palazzo del cielo.
Disegna nel suo palazzo segreto favole di luna e di stelle e se lo volete trovare attraversate un arcobaleno e sentite la musica dei Doors.
E' pieno di macerie al paese, ma nella spianata della tendopoli non ci sono sassi ma tanta gente impaurita e ci sono anche i ragazzi che sciamano, che corrono, i ragazzi sono quelli che per primi soffrono e per primi reagiscono.
Con loro c'è quel matto di Bubu con la sua chitarra e la sua maglietta del Che.
Racconta storie con la chitarra e prende in giro i politici, ma inventa giochi per i ragazzi delle tende.
Litiga sempre con don Bruno Bubu, dice che ha una tonaca troppo pulita, che è circondato da donne che hanno le visioni e lo prende sempre in giro.
Don Bruno dice che andrà all'inferno, che è un senza Dio e che quando verrà il presidente deve andare lontano da campo.
Ma Bubu suona la chitarra, scherza e ride e inventa giochi per i bambini.
C'è una cosa che don Bruno non sa.
Una volta, una notte, ho seguito Bubu che camminava tra le macerie e l'ho visto prendere un pezzo di legno e portarlo sulla collina dei morti.
Lui mi ha guardato e sorriso.
- non raccontarlo a nessuno. - Mi ha detto con un sorriso
In quella notte ho capito.
Quando è necessario, Lui scende dalla sua croce.
La tenda era piena di gente, qualcuno singhiozzava in silenzio, molti lavoravano e pulivano.
C'erano anche alcuni infermieri e un prete che andava in giro a chiedere se servisse qualcosa.
Molti bambini nella tenda, qualcuno provava anche a giocare, ma senza entusiasmo e ogni volta che c'era una scossa tutti tremavano impauriti e cercavano qualcuno da abbracciare.
Sabrina era una bambina bioda con le treccine, nei giorni normali era considerata pestifera, una che faceva sempre scherzi, ma ora, ora Sabrina non poteva vedere tutti i suoi compagni così impauriti ad ogni scossa.
Corse da Mago Pasticcione che stava in cucina.
- Mago hai ancora quei palloncini che usi per i pupazzi?-
Mago Pasticcione era un volontario che ogni tanto si metteva un naso posticcio e faceva il pagliaccio.
- Si Sabrina ma che ci vuoi fare?-
La bambina gli sussurrò in un orecchio quello voleva fare e mago pasticcione si mise a ridere.
Insieme corsero nella tenda, non senza aver messo il naso da pagliaccio prima.
- attenzione, attenzione, super bambini e super signori. Avete paura delle scosse, ora io e la bella Sabrina faremo una super magia.-
Inziarono a gonfiare i palloncini e li attaccarono ovunque, alle brande, alle sedioline, ai sacchi e tutti i bambini diedero loro una mano.
Sabrina prese il megafono del suo amico vigile e urlò.
- terremoto, terremoto, il terrno può ballare ma con i palloncini possiam volare.
Così paura non avremo e ci sembrerà questa tenda un grande treno.-
Applausi da parte di tutti.
Arrivò una scossa fortissima e i paloncini si mossero tutti e...sembrò a tutti di volare, da quel momento non ebbero più paura.
Prima di uscire però, mago pasticcione le chiese piano.
- ma scusa perchè treno?-
- shh non trovavo rima con avremo.-
C'era una volta un moscone, di quelli verdastri, di quelli ronzanti sapete? di quelli che a volte svolazzano tra le terre e si inebriano di strani profumi.
Ehm tipo le pizze delle mucche, di quelle che si trovano molto in alcuni pratoni dell'Abruzzo.
C'era una volta un moscone di nome...di nome...Umberto.
Oh bambini che dite un moscone non può avere il nome di un re?
Quello era proprio un re di tutti i mosconi, bello, intelligente, spavaldo e molto furbo.
Ora l'amore si sa è cieco, mica capisce le cose che può e le cose che non può fare.
Vide la mucca Silvietta che brucava tranquilla l'erbetta e se ne innamorò perdutamente.
Bisogna dire che all'inizio non venne molto ricambiato, Silvietta era una mucca scontrosa e con la coda non faceva altro che scacciare il suo spasimante.
- Silvietta ma io ti amo.- ripeteva di sovente il moscone, ma la mucca rispondeva piccata.
- vattene moscone stupidissimo, io sono una mucca di buona famiglia e non mi abbasso con certa gente che...diciamolo pure non frequenta ambienti raffinati ...anzi. Non mi faccia dire altro.-
Eppure Umberto non demordeva, prendeva polline di fiori di campo e li poggiava sul dorso della mucca come dono, ma quella nulla.
Un giorno, un bruttissimo giorno, in quela bellissima terra, bella quella attorno alle pizze di vacche però, un giorno dicevo venne un terremoto bruttissimo e la mucca cadde in una voragine rimanendo con il sedere in alto e la testa nel fosso.
Il moscone era disperato, la sua innamorata era persa e lui voleva salvarla.
Chiamò tutti i mosconi, tutte le api e pure tutti i moscerini del prato e tutti andarono a raccogliere del fieno.
Vennero pure i pipistrelli, che non è che corresse buon angue ma era perdiodo elettorale nel mondo animale e in quel periodo si mettono d'accordo gli animali.
Con il guano, con il fieno fecero uno scivolo da dietro la coda della mucca Silvietta e quando venne un'altra scossa di terremoto quella come per miracolo schizzò via dalla buca.
Ora Umberto dice che il merito fu suo che la aveva spinta, ma permettetemi di dubitare della cosa.
Così alla fine amore trionfò e la mucca e il moscone si sposarono.
Nacquero dal quel matrimonio tante piccole mucche volanti che se guardate bene, ma bene, bene a volte si vedono volare nelle sere d'estate.
Così tutti vissero felici e mucchenti.