Quanta polvere sulla strada
quanta polvere
Mogadiscio e le cavallette
e gente che non si siede
nella poltrona di un servo del potere.
Farabutti
sulle strade
un taccuino mai ritrovato
e troppi scheletri dentro il mare
ma lei
lei ha gli occhi di una pantera
Ilaria
Ilaria senza catene
e Miran
legge il cielo con le sue dita.
Farabutti freddati
sulla strada per Bosaso
farabutti morti
sotto un cielo radioattivo
E polvere
polvere scende
e polvere diventa
per il coraggio
che non hanno
i servi viscidi del tiranno
Vengo spesso,
impegni di lavoro e di famiglia permettendo
nella terra dei silenzi e delle lune obblique
e porto il rumore
dove non vi è rumore
***
Passo la porta sul colle
delle rimembranze
tra caduti di guerra
e diavoli impiccati
per colpa della Santa
della Santa Inquisizione
***
L'erba non è mai alta
e gli alberi non li smuove vento
ma mani pietose
di angeli persi per amore
o forse solo per noia.
***
Le tre lune mai piene
in obbliqua forma
occupano il cielo
insieme ad una stella
l'unica di quel cielo
al bordo dell'universo.
***
Mi siedo sulla roccia
che ha il disegno di un coccodrillo
segno che qualcuno
un tempo
visitò quei luoghi
***
In nessun altrove
sono me stesso
come nella terra dei silenzi
dove trovo la mia anima
con cui dialogare
e piangere e scherzare
dei segreti dell'universo intero.
***
Ed è pace
ed è ragione
nella terra dei silenzi
e delle tre lune obblique
a volte
persino
prego
Ho disegnato un fiore
sulle mani di una strega
mentre lei cucinava
polenta e fichi;
mi ha raccontato una favola.
***
Pioveva e c'era rumore nella foresta
che sembrava di Robin
quel mondo senza tempo.
***
Lei mi ha parlato del tempo
delle schiave dormienti
fuggite dall'est in cerca
della terra promessa.
***
I lupi cantavano un miserere
e il suo gatto raschiava i miei stivali
per gioco
o per rabbia.
***
Mi raccontò delle ragazze dagli occhi azzurri
vendute alle locuste
lungo la strada del porto
e il loro seno
era duro e opaco.
***
Il vento spegneva
lune nella foresta
mentre la neve cadeva
con un fragore di morte.
***
Mi raccontò delle schiave
e della repressione dei cosacchi
che le torturavano
e lei
lei che fuggì per amore
di un carabiniere
oltre confine.
***
Ho disegnato un fiore
sulle sue mani
e lei alla fine
piangeva
ma la polenta era buona
e il gatto aveva la coda lunga
per dipingere
meglio
Evitava la pioggia
l'uomo di cartone
e calpestava le aiuole
per inseguire i cani,
ma solo la domenica
dopo la messa.
***
Aveva un buon lavoro,
per quanto alle volte
si chiedeva chi fosse allo specchio,
ma il suo direttore
sapeva sempre sbagliare il suo nome.
***
Amava cantare Battisti,
ma dell'amore per la sua donna
non trovava mai traccia nelle canzoni.
***
Lo trovarono appeso al soffitto
che ancora respirava
e per tirarlo giù gli strapparono le gambe
e non trovarono la colla
il supermercato era chiuso
quel giorno.
Andò via alla fine di settembre. Sembrava primavera quel giorno. Raccolse le sue poche cose e partì verso una vita oltre la vita.
Lasciò un messaggio sul web, uno sul cellulare della donna che viveva con lui, non ebbe il coraggio di parlare ai suoi figli, ma partì che era giorno inoltrato.
Lo cercarono a Parigi, tra i tetti sulla Senna, ma a Londra solo trovarono tracce di lui. Dire che il suo inglese era troppo elementare.
Dissero di lui mille cose, qualcuno pianse persino, ma molti lo maledirono.
Raccolsero i suoi scritti, il suo libro non andò a ruba, come sempre, come era destino.
Qualcuno racconta che un barbone a Roma gli somigliasse davvero e qualcuno dice che fosse lui.
Io che ero suo amico so che non è così, io solo so dove è andato davvero.
E' entrato in una delle sue favole, confuso con Giàluna e il Comandante Carta, combatte con Finferli le guerre del mondo e con Orchidea Verde parla con gli animali.
Io so che è andata così, perchè diceva che questo mondo era solo una illusione.
A me non ha scritto sul cellulare, ma mi ha lasciato un goccia di lacrima dentro un baccia di vetro, diceva che la magia stava dentro le lacrime.
Così mi piace immaginarlo, tra i letti volanti che sorride, in un giorno qualsiasi, tra finzione e realtà.
Sabrina amava sempre passare dal duomo prima di andare a lavorare, un vezzo antico che aveva ereditato dalla sua famiglia.
Così faceva sua madre e così faceva sua nonna; solo un saluto all’altare e il segno della croce dove essersi bagnata le mani con l’acqua santa.
La statua del santo con le frecce in petto la inquietava, preferiva sempre salutare la madonna.
In quei cupi tempi anche la religione era vista con sospetto, uno di quegli editti del Granduca che vietava al popolo di essere troppo attento alla chiesa e alla religione anche quella di altre fedi.
Una forma di gelosia del potere; il Granduca si sentiva un Dio in quello che era uno dei territori più poveri della bassa Europa.
Il Granducato di Mediolanum che un tempo era un pezzo dell’Italia e che durante le guerre di secessione aveva ottenuto l’indipendenza, non era di certo un luogo dove la vita fosse facile.
Chiuso ad ogni contaminazione esterna, vedeva la propria economia regredire di giorno in giorno ed il popolo soffriva la fame.
Eppure l’avversione verso gli stranieri era una delle componenti ancora fondamentali della cultura dominante.
Per il Granduca la colpa di tutto era dei negri, dei cinesi, degli arabi e degli abitanti dello stato della Magna Grecia e del Protettorato del Conero.
Sabrina non la pensava così, Sabrina pensava che tutti gli uomini fossero uguali, ma si teneva per se le sue idee.
Così guardava la statua della madonna e si accorse all’improvviso di non essere sola, qualcuno era vicino alla statua di San Sebastiano.
La donna ebbe un sussulto improvviso.
Ammantata da un cappuccio scuro e protetta da un mantello, la figura in ombra uscì fuori.
- vuoi una favola bella signora?- La voce era sussurrata, leggermente roca, una voce femminile ma non giovane.
Sabrina scappò fuori , il cuore a mille, come osava quella sconosciuta importunarla? Come osava metterla così a rischio.
Le favole erano proibite da tempo nel Granducato.
Le favole facevano pensare ed era sbagliato pensare o crearsi delle aspettative.
La vita non è fatta da principi azzurri e cavalieri, ma di dolore e fatica.
Sabrina si accorse di colpo che stava correndo e che la gente la guardava con sospetto, nessuno correva in città se non aveva un buon motivo.
La guardia civile la chiamò.
- perché corre signora? Ha qualche problema?-
Le guardie civili erano viscide e untuose, Sabrina non le sopportava, era riuscita a stento a liberarsi dalle attenzioni di una guardia civile alcuni anni fa.
- sono in ritardo sul lavoro guardia, sono in ritardo solo questo.-
La guardia però era attratta dalla bellezza di Sabrina e voleva trattenerla.
- mi dia i documenti.-
Sabrina all’improvviso si accorse di aver lasciato a casa documenti e le chiavi dell’ufficio dove lavorava.
Clotilde è un’infermiera dell’ospedale pediatrico del Bambin Gesù e ama molto gli animali, alcuni dicono che sia un pochino matta, io non so se lo sia o no, so che è vegetariana, ma questo non influisce alla storia che vi voglio raccontare.
Non so quanto ci sia di vero e quanto ci sia di falso, Clotilde me la ha raccontata mentre mangiavamo un panino con la frittata vicino a piazza del Popolo, meno male che mi permette di mangiare le uova, almeno quelle.
Stiamo insieme da dieci anni, prima o poi la sposo, ma il mio lavoro da precario non mi consente di creare una famiglia facilmente e poi anche se sono un Marfino di trentadue anni e non ho molte pretese, ci vuole pure una casa per potersi sposare.
Io non so quanto di quello che mi racconta sia vero o no, so che quella storia di Marcello mi ha messo i brividi addosso e non riuscivo nemmeno a finire il panino con la frittata di cipolle.
- io non posso crederci Cloti, non posso crederci ma davvero? -
- Marcello era un amico di mio fratello e a me stava piuttosto antipatico, mi prendeva in giro perché difendevo tutti gli animali mentre a lui piaceva torturarli.-
Clotilde tirò un sospiro, era la decima volta che mi raccontava quella storia, ma le faceva piacere fare finta che fosse sempre la prima volta.
- Quel giorno Marcello stava giocando con una lucertola, a un certo punto con un taglierino, gli mozzò la coda ridendo. Mi diceva “tanto gli ricresce, tanto gli ricresce”.
Io piangevo perché avevo solo dieci anni e quel bambino si divertiva a farmi paura.
A un certo punto prese la coda mozzata della lucertola e me la mise vicino al viso facendomi urlare di paura. “ti odio che tu possa provare la stessa cosa un giorno”.-
Ci bevemmo una bella aranciata per mandare giù il panino e poi lei continuò.
- non lo rividi per una settimana dicevano che era malato, che non voleva vedere nessuno. Lo andai a trovare perché mia mamma doveva ridare una cosa a sua mamma. Lo trovai che stava piangendo in cucina al buio. “che ti succede gli chiesi ? “ lui non voleva rispondere, poi con orrore mi accorsi che dai pantaloni del sedere aveva un rigonfiamento. La punta di una coda gli usciva fuori dalla cinta.-
I Marfini non mentono molto e sono portato a credere che quello che mi ha raccontato Cloti sia vero, di certo non taglierò mai la coda di una lucertola per accertarmene.
Pioggia di zucchero
sui tetti del paese
bianca coltre ovattata
che i bambini guardano
rapiti.
Un cane scrolla di dosso
la polvere bianca
poi
canta una canzone
rock
Pioggia di zucchero
fine e persistente
ad appiccicare
le bocche
ad ottenebrare la mente
E poi il vento
a spazzare via
i sogni
un mattino qualsiasi
tra un porto pieno di canditi
e una nave corsara all'ancora
Lei era in ritardo, era quasi ora di cena e per colpa di un tizio davanti a lei, ci aveva messo il doppio del tempo al supermercato.
Nella vita ci sono i maleducati e quello lo era davvero, non aveva voluto far passare prima una signora incinta e poi ci aveva messo una vita a mettere la roba nei sacchetti, oltretutto discutendo sull'importo e con lei.
Già perchè la signora bionda non era tipo che le cose se le faceva passare così.
Gli aveva detto che era un maleducato e quello gli aveva risposto.
C'era uno alto magro e con un cappello in testa dove si poggiano i carrelli, uno che non le piaceva nemmeno un po'.
Quel tizio le rivolse la parola.
- ciao ti trovo in forma, non sei cambiata molto dai tempi della scuola, hai fatto un patto con il demonio?-
Per un attimo la donna rimase in dubbio, conosceva forse questo tizio o era una che ci provava?
- se non ti fossi messa con Sandro, se non avessi lasciato tu Andrea.-
No, questo la conosceva, Sandro era suo marito e Andrea, cribbio Andrea era stato uno dei bivi.
L'uomo giocherellava con una palla di vetro in mano, una atmosfera piuttosto surreale, nel parcheggio erano rimasti in pochi e la donna dai capelli biondi era timorosa, anche se alcune nozioni di difesa personale le aveva apprese.
- Chi è lei cosa vuole? non mi sembra di conoscerla?-
L'uomo si mise a ridere giocherellando sempre con la pallina di vetro.
- io sono Fato, io sono Fato.-
La donna guardava dentro la palla di vetro, c'era uno specie di nebbia.
Poi le sembrò che si stessero formando delle immagini, qualcosa le diceva di andare vie e qualcosa la tratteneva.
Sembrava quasi un film dentro la palla di vetro.
Ecco ora si vedeva, l'uomo le aveva dato la palla di vetro in mano.
Era l'anno del diploma, il giorno della festa in pizzeria, lei ed Andrea stavano dicutendo.
Lui voltava le spalle per andarse e lei lo prendeva per una spalla.
Ma no, non era andata così.
Poi si baciavano.
Ma no lui era andato via e si erano lasciati per sempre, poi si era messa con Sandro non era andata in quel modo.
La scena cambiò aveva tre bambini, ma non era nemmeno Andrea suo marito ma un tizio che non sapeva chi fosse.
Belli quei bambini, davvero carini, ma lei aveva un figlio non tre e non era nessuno dei tre.
La scena cambiò di nuovo, immagini di un'altra città e lei in un altro supermercato, accidenti una pettinatura da schianto e stava parlando con un tizio con una palla di vetro in mano, lo stesso che ora era accanto a lei.
Poi svanì tutto, Fato non c'era più e lei, lei doveva essere matta.
Corse a casa Sandro non era uno che si accontentava, gelosissimo e possessivo come pochi, gli avrebbe fatto un interrogatorio di quarto grado.
Le donne arrivarono
al mattino
e grattuggiarono la pelle
dei guardiani insonni.
***
Il sangue bagnò la terra
e le loro urla
svegliarono il drago
ma le guerriere
delle lune
non conoscevano
perdono.
***
Scovarono
la megera bigotta
sotto una roccia
piena di spine
dei suoi deliri
fecero scempi.
***
Poi
guardarono il ghiacciaio
i riflessi di sole
e piansero
piansero
e le loro lacrime
diventarono ghiaccio