hariseldom

Non cercare di capire tra le righe, tra le righe di quello che scrivo ci sono solo spazi bianchi e forse tutta la mia incontenibile follia.

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domenica, 29 novembre 2009

Portammo la nostra malinconia

La strada impolverata
saliva ripida sino alle tette di Maria Guevara
e rapido il sole
svaniva all’ombra dei cannoni.

Avevamo denti sani
capelli lunghi
e raccontavamo storie
ai pescatori di perle
che con viso stupito
guardavano i nostri occhi.

Le donne danzavano ai nostri fuochi
e c’era sempre una chitarra
con una corda in meno
come i tamburi
al ritmo ossessivo
del nostro coraggio.

Avevamo mille colori
e mille emozioni
e nessuno predicava di paradisi
e inferni
accanto ai nostri accampamenti.

Per amore
vendemmo manghi e papaye
e succhi di cocco
bevuti alla luce di una candela.

E sulla cima
della montagna più alta
delle tette di Maria Guevara
facemmo l’amore
una notte di luna piena.

Poi,
andammo via
tutti
tra stelle marine
e palme
lasciando sulla sabbia
il nostro nome.
 
 

postato da: hariseldom alle ore 19:36 | link | commenti (1)
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Cronaca di un viaggio - ottava puntata

Cronaca di un viaggio – ottavo episodio


Continuo a raccontare i miei viaggi che hanno un successo strepitoso, ben 20 lettori almeno, praticamente posso partecipare al premio Strega.
Non importa quante persone leggano, noi scriviamo i nostri pensieri e i nostri diari soprattutto per noi stessi.
Insomma avevo visto la mitica Catira e se un giorno capitate a Tucacas vi consiglio di provare a farci un giro, anche se non è facile trovare un posto sulla barca, piena come è di prenotazioni.
Insomma avrei fatto parte dell’equipaggio il giorno del duecentesimo matrimonio, ma quella sera avevamo gente a cena.
Organizzarono una splendida grigliata al residence di Mario.
C’erano diversi forni che si potevano usare, ne avevamo prenotato uno, avemmo anche una discussione con una famiglia che ci aveva preceduto occupando un posto che non gli competeva.
La sera, finalmente arrivò Tony fratello di Mario e dunque altro mio cugino.
Portò una marea di carne di tutti i tipi.

Con lui c’era la moglie Lisa e le due pestifere e bellissime figlie Claudia e Daniela (spero di non sbagliare i nomi).
Poi suo padre, mio Zio Tonino e un altro Zio, Carmine che avete conosciuto nella prima puntata.
Mangiammo tantissimo quella sera, anche i miei zii che approfittando della mancanza delle mogli infransero tutte le regole possibili.
Devo dire che la carne era buonissima, cotta in modo perfetto.
Chi mi conosce sa, che i bambini mi monopolizzano dopo che capiscono come sono.
Non per nulla le feste di compleanno dei miei figli, quando erano molto piccoli, erano divertenti per tutte le scemate che inventavo.
Così, le due pesti, che parlavano spagnolo e mi chiedevano perché non parlassi spagnolo mi fecero perdere qualche chilo quella sera.
Avevo avuto la pessima idea di insegnare loro una corsa su una discesa e loro vollero rifarla un centinaio di volte.
Povero me, ho i miei anni.
Dicevano una frase in spagnolo che ora non mi viene, il significato però è “ancora”.
Ogni volta che facevamo la discesa lo ripetevano.
Lisa guardava le bambine giocare, la moglie di Tony non parla italiano, ma penso davvero che gli occhi di una mamma non abbiano lingua.
Tony poi è il più piccolo dei figli di Zio Tonino e Zia Angelina e per me è sempre un bambino di 4 anni che a Campo di Giove diceva “polito”.
Io non sono bravo ad esprimere i sentimenti, il mio viaggio in Venezuela non è stato solo un viaggio per vedere una nazione, ma soprattutto il ritrovare la mia famiglia, i miei cari e soprattutto di questo che conserverò sempre un bellissimo ricordo e questo lo devo al comandante Mario.
L’indomani, avemmo il duecentesimo matrimonio della Catira, ma se avete pazienza lo racconto nella prossima puntata.

E intanto, nemmeno quel giorno avevo telefonato a Vittorio, sapevo che non me l’avrebbe perdonato.

 

postato da: hariseldom alle ore 11:24 | link | commenti
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sabato, 28 novembre 2009

Seppellimmo le nostre anime nel campo delle talpe

Seppellimmo le nostre anime
che era quasi inverno,
approfittando delle buche delle talpe
per faticare meno,
le seppellimo quasi ridendo.

Poi,
ci guardammo
e pensammo d'essere diversi,
di pelle
e di dei,
diversi.

Allora iniziammo a spararci
uno contro l'altro
a fuoco intenso
e uno dopo l'altro
cademmo.

Giunti che fummo
dove tutto ha fine e non inizio
ci accorgemmo che le nostre anime
erano identiche,
nessun colore,
nessun pigmento.

Allora cercammo un Dio
che fosse il nostro,
ma trovammo solo silenzio,
nel vuoto assoluto,
l'ultimo inganno.

Solo allora
il più giovane di noi
scoppiò in un pianto,
ma era tardi,
il campo delle talpe
era deserto.

postato da: hariseldom alle ore 07:45 | link | commenti (1)
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venerdì, 27 novembre 2009

Cronache di un viaggio - settima puntata

Ho già narrato di come abbia iniziato questo racconto dietro sollecitazione di mia cugina Pina, onde si sappia con chi prendersela alla fine, contro colei che vi ha costretti a subire tale straziante storia.
Non si invochi clemenza su di lei e nemmeno con l'altra miscredente Maria Pia che vuole pure che io continui.
Narrare una storia banale come quella di un viaggio, non è cosa facile, dovrei inventare qualcosa, magari avventure piccanti con stupende donne Venezuelane, oppure scontri con Squali che in quei mari a volte si incontrano.
Tale cosa non è possibile in quanto di squali o delfini non ne ho visto più pallida ombra e di avventure...intanto se fosse accaduto non potrei certo narrarlo alla presenza di tali pettegole cugine e poi, diciamocela tutta a me le Venezuelane, per mia fortuna e per fortuna del mito italiano che avrei demolito, dicevo per mia fortuna le venezuelane non mi hanno degnato di uno sguardo.
Dove eravamo rimasti?
Che finalmente ero davanti alla mitica Catira Maryruma, barca di cui tanto avevo sentito parlare e che avevo sino ad oggi visto solo su qualche fotografia.
<Photo 1>

Per salire a bordo ci togliemmo le scarpe, la cosa mi diede un senso quasi di religiosità.
Sembrava di salire su un tempio.
Due erano i membri dell'equipaggio in attesa e intenti ai vari preparativi per la domenica, giorno in cui la Catira avrebbe salpato per un matrimonio sul mare, il duecentesimo matrimonio celebrato su quella nave.
Immaginavo che la cosa dovesse essere emozionante, ma questo lo avrei scoperto dopo.
<Photo 2>
I due bucanieri Ronald ed un altro ragazzo il cui nome dirò in seguito che non mi viene adesso, che non sono mica uno scrittore vero io che si ricorda tutto, mi sembrarono subito molto simpatici.
Ronald scoprii dopo che era molto più grande di età di quanto dimostrasse.
La Catira è una barca a due piani, il piano superiore completamente scoperto.
Mario sulla barca si trasforma, si vede subito che è il capitano, ha un attaccamento al mare che traspare da ogni suo gesto ed ha anche un grosso rispetto per la gente che lavora con lui.
<Photo 3>
Quando è sulla barca, Mario ha il vezzo di indossare un cappello che lo fa somigliare al capitano Acabh, che forse si scrive in altro modo.
Xiomara invece sembra Jolanda del Corsaro Nero e se non sbaglio Jolanda regina dei caraibi nelle storie di Salgari, aveva i capelli biondi. <Photo 4>
Tutto era a posto, la nave era pronta a salpare per il suo duecentesimo matrimonio, che vi racconterò, forse, la prossima volta.

postato da: hariseldom alle ore 20:25 | link | commenti
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La signora del lago


La signora del lago
è una donna elegante
veste come cammina
leggera come una regina.

D'organza sono le sue mani
di velluto le sue labbra
ma ha due rughe sul mento
e un cuore
un cuore di piombo.

Ha mille amori la signora del lago
e mille servitori striscianti
a cui riserva per educazione
un sorriso malizioso
per farli abboccare.

E' una donna libera
e sceglie ogni volta la preda
pensando d'essere strega
ma le sue rughe
sul cuore e sull'animo
la rendono sempre
più cruda e più avida.

Ha fatto le sue scelte
e ha un amore segreto
ma finge d'esser libera
per la sua convenienza
sul bordo del lago
sorride beffarda
mentre dall'alto
un corvo le manda
una cacca sul naso.

Ora si scaglia feroce
con tutta la sua rabbia
con chi le sta accanto
gente rivestita d'amianto.

Come il resto di una mosca
sul parabrezza
qualcuno l'ha pulita
con le spazzole del tergicristalli.

E nemmeno capisce
che ogni suo inganno
rimane soltanto
nelle nebbia e nel pianto.

Ha un libro tra le mani
crede sia il suo vangelo
e di stupide fragili voglie
ricopre la sua anima
come la terra delle sue foglie.<Photo 1>

postato da: hariseldom alle ore 08:15 | link | commenti
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giovedì, 26 novembre 2009

Scrivere vuol dire mettersi a nudo

Scrivere, inventare storie, raccontare e raccontarsi ci aiuta ad esorcizzare quello che nel mondo non ci piace.

Conosciamo tanta gente ormai nel mondo virtuale, un continuo contatto con gente lontana, scambio di opinioni, litigi e persino amori.

Come è diverso il mondo da qualche anno fa, ora molte barriere sono cadute e almeno c'è anche della controinformazione, alrimenti la verità sembrerebbe solo quella di Bruno Vespa.

 

postato da: hariseldom alle ore 23:49 | link | commenti
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martedì, 24 novembre 2009

La contessa della mela tagliata

La contessa mi guardava
con occhi troppo piccoli
per essere veri
con la sua mantellina d'autunno
e il suo vestito cucito a San Pietroburgo.

Il Volga schiumava sulle rive
mentre lei mi chiedeva della
logica indisposta
per la sua voglia incontenibile
d'amare
anche se suo padre
era un ufficiale ubriaco.

Tagliammo la mela quasi per gioco
e il mio francese era linguaggio di strada
come il libro di Gorkij
che le leggevo sulle sue gambe
una metà non è mai davvero un esempio
di quei semi sulle gote
della donna del palazzo dell'angoscia.

Nichilisti sulla sponda del fiume
repressi dai cosacchi
in altra uniforme
e lei che mi chiede del libro
mentre soffia un vento
che sa di rivoluzione
e Lenin non torna da Vienna
mentre un bacio
ha sapore di sangue
quando non basta l'amore
per fermare la rivoluzione
anche se è la contessa della mela tagliata.

postato da: hariseldom alle ore 20:44 | link | commenti (2)
categorie: amore

Cronache di un viaggio - parte sesta

Insomma volevo vedere la leggendaria Catira che avevo visto solo nelle foto pubblicitarie, ma ancora ne avevo avuto l’occasione.
Ero nell’appartamento di Mario, provavo una delle sue camicie mentre guardavo dalle grandi vetrate la piscina.
C’era qualcosa nell’acqua, qualcosa che galleggiava e si muoveva in modo goffo.
Un iguana era finita nell’acqua, una iguana incinta, per questo goffa nei suoi movimenti.
Pare che in Venezuela, alcuni indigeni aprano la pancia delle iguane incinte per prenderne le uova e dopo le ricuciano con ago e filo e gli animali non muoiono.
Ora al di la della crudeltà del gesto, occorre sempre entrare nella cultura e nelle abitudini antropologiche di quel paese per capire.
Facciamo tante cose anche noi, come bollire vivi alcuni animali come l’aragosta per mangiali.
Un ragazzo raccolse l’iguana con un retino, nello stesso modo con cui io cerco di guadinare i pesci nelle rare volte che li prendo.
Poi lo poggiò su un cespuglio, a dire il vero non so perché su un cespuglio, ma avrei dormito lo stesso anche senza mai saperlo.
Finalmente venne il momento di andare al porticciolo dove era ancorata la Catira.
Solita sbarra, solito guardiano.
Se c’è una cosa che mi ha molto colpito del Venezuela è la forte presenza di guardie private ovunque, non entri in nessun posto se non giustifichi chi sei.
Nel laghetto vicino all’imboccatura del porto alcuni Flamenghi ed alcune Spatole stavano prendendo il sole.
Granchi sfaticati e dalla grande chela passeggiavano ovunque, che vita strana fanno i granchi a Tutucacas, Mario mi spiegò che erano grandi, ma senza carne e immangiabili, i granchi buoni per la zuppa erano altri.
Finalmente ecco davanti a me la Catira Maryrumba e gli uomini del suo equipaggio che stavano provvedendo alle pulizie.

Continua

postato da: hariseldom alle ore 07:32 | link | commenti
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lunedì, 23 novembre 2009

Cronaca di un viaggio - parte quinta

Venezuela mia passione incontrata in un viaggio che se non era per mio cugino Mario, se non era per lui quella terra io non l'avrei mai vista in tutta la mia vita.
Le valige me le portò poi Xiomara con tutta la benedione mia del caso.
Si mangiava la areppa quel mattino, un cibo particolare una specie di focaccina che viene utlilizzata com un panino.
A un certo punto ecco che mi trovo un ossetto in bocca.
Accidenti ma che la mortadella o frutta venezuelana hanno le ossa?
Già così pensavo quando all'imporvviso mi sono sentito un buco nella bocca, un vuoto tra gli incisivi.
Perdere un dente in terra straniera dopo aver perso le valige, povero Pino tutto storto, meno male che il dente era nell'arcata inferiore e non si vedeva poi tanto, ma pur tuttavia un bel problemino.
Non ho fatto nulla sino al ritorno in Italia, si vive anche senza preoccuparsi tanto per proprio aspetto.
La sera stessa accadde un altro fatto curioso.
Sentivo bussare alla porta in basso, un ticchettio curioso.
Apro e cosa ti vedo?
Un granchio con una chela alzata in tono di sfida, ma dico io, non mi sembra buona educazione.
Inziammo a litigare e alla fine il granchio decise di fuggire dentro la piscina condominiale.
Non ancora avevo visto la barca di cui avevo tanto sentito parlare, la Catira Maryrumba ed ero curiosissimo di vedere quella che era per me solo una leggenda.
Continua

postato da: hariseldom alle ore 23:08 | link | commenti (1)
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Le tue mani

Le tue mani sui miei occhi
al portico d’Ottavia
per non dimenticare
un amore fermo sulle pietre
una notte.

E fotografi la donna con il violoncello
che suona e raccoglie il consenso
di uno stanco monsignore
sempre tu
con me
al portico d’Ottavia.

Sorridi e con una mano
sulla mia bocca
non vuoi che sussurri il tuo nome
e mi baci a due passi
dall’isola delle leggende
a due passi da chi pesca
in un Tevere annoiato.

E fuggiamo
tra Trastevere ed un peccato
con la tua macchinetta
e la tua passione
una sera che una stella
fece compagnia alla luna
al portico d’Ottavia.

 

postato da: hariseldom alle ore 21:16 | link | commenti (2)
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