Daniele il pescivendolo
ultimo banco del mercato coperto
una moglie bionda con le tette esagerate
forse un po' sboccata
forse maliziosa
Trote di seconda mano
orate lucide di stagione
vongole bugiarde vendute per veraci
e quattro scampi cladestini
inseguiti dalla celere
sotto banco
Daniele ha una voglia di tartaruga
o forse è un tatuaggio
sul braccio
sorride alla moglie dell'avvocato
forse ci prova
forse lei ci sta
La vecchia della frutta lessa
gli ricorda di suo nonno
ma Daniele canta
Daniele ride
a volte persino piange
Daniele ha due figli
uno con le ruote
la bocca semiaperta
un bambino dolce
Daniele si a volte piange
Ma sua moglie
bionda e fatiscente
guarda altrove
con quelle cosce grandi
le tette a boccia
e il culo come un pallone
dei mondiali
lei lo tradisce
perchè ha noia
Daniele ha un banco
al mercato coperto
la foto di Kaka dietro le spalle
insieme a quelle di un santo
che ha la barba
Daniele il pescivendolo
scaccia così le mosche
dal suo pesce
l'altro figlio l'han bocciato
a scuola e forse ha messo incinta una compagna
Daniele ride
Daniele canta
a volte piange
" il resto è un brodetto con sogliola
e panocchie, il resto è quello che la vita
ti toglie con molto aglio e peperoncino fresco"
E' un pastrano con macchie di cioccolata
quello che indosso
quando passeggio sul bordo del cratere
Ci vorrebbe un sigaro cubano
o al limite un ak 47
per ammazzare le mosche
poggiate su quei lampioni
Sapessi scrivere una canzone
la dedicherei al milite ignoto
quello morto per amore
sulla collina del V cavalleggeri
E' un pastrano lungo macchiato
non serve a coprire il freddo
ma protegge dai lapilli
quando erutta il vulcano
Mi piace stare solo
a guardare il lago
li dove nasce un fiume
mentre guardo le montagne
con quella cha ha un buco come
come il pugno di un meteorite
E lancio un sasso
per sentire un rumore
nel silenzioso stato della mia malinconia
che tu
tu non puoi capire
Come cambia il tempo
le nostre mani
e le nostre ciglia
ma non gli occhi
quelli rimangono sempre uguali.
Così i tuoi
quei giorni a piedi
in via Mazzini
il giorno della fiera di San Giuseppe
ed il castello sembrava
come fosse vivo
di dame e cavalieri
ai drappi incandescenti.
E tu
che guardavi me
con il tuo gelato in mano
che gocciolava sul tuo vestito
per colpa del fumo
del venditore di mele
al banco degli amori bianchi.
Poi
scendemmo sino al Busento
a prendere in giro
il pescatore di rami
con il cappello di paglia
e gli stivali neri
lucidi di malinconia.
Quei giorni a piedi
con il vento sui tuoi capelli
e la tua bocca
sulla mia dischiusa
lontano
lontano dalla curva del mondo
e prima che venisse
ancora il freddo
di un altro inverno
Quanto è simpatico
quel gran genio di Otto Von Burger
ministro dell'economia del regno
delle patate gialle.
Un regno dove tutte le patate
vengono prese in gran considerazione
dal "re dei ghigni sogghignanti"
tal re Trippetti basso
muccoloso e mandrilloso.
Or successe che le cose nel regno
non andassero nel verso giusto
e il re Trippetti era un tipo
che non ammetteva il fallimento
parola da lui eliminata dal vocabolarioso
del regno delle patate gialle
e dal registro della finanza.
Otto Von Burger
era alquanto preoccupato
per la sua testa
e pur per le appendici sottostanti
che il re Trippetti avea promesso ai suoi coccodrilli
verdognoli che sguazzavano nel suo fossato
attorno alla sua camera da letto.
Così Otto si inventò
la soluzione,
se la crisi sarà proibita
la crisi non ci sarà.
Così riempì tutti i muri di manifesti:
le cose vanno bene
tutto procede secondo i nostri piani quinquiennali
e fregandosi le mani
andò tosto dal re Trippetti.
Bravo, ma bravo, ma bravo
disse il re degli ignoranti
non importa se le cose siano come tu dici
l'importante è essere ottimisti
e questa me la vendo per la pubblicità.
Or avvenne
che il popolo impoverito iniziasse a lamentarsi
tosto tosto
quel gran genio di Otto Van Burger
fece spargere nell'aria
una gran nuvola di cocaina
così che il popolo
iniziò a credere che tutto andasse davvero bene.
Che genio
che grande uomo
il ministro Otto Van Burger
ne avessimo come lui nel nostro paese di menagrami
e avessimo anche noi un re Illuminato
come re Trippetti
allora si che tutti saremmo felici
e non staremmo a lamentarci tanto
del governo, del lavoro, dei soldi
immersi nella gioia bianca
della coca e del divertimento.
Meglio un giorno da babbioni
che mille da...cosa è che fa rima con babbioni???
Vorrei raccontare una storia
ma è una storia che non so
So che aveva capelli neri
e sognava una vita normale
senza un velo sul cuore
o peggio
davanti la bocca
Vorrei sapere la sua storia
ma io la sua storia non so
Anche nei peggiori burroni
nei silenzi degli oppressi
ai confini del mondo
arriva sempre una voce
anche se non conosco il suono
di quella voce
Vorrei raccontare una storia
prima che dimentichiamo il suo volto
ma io non conosco la sua storia
solo parte del suo nome
Mi piace pensarla
in cima ad una scalinata
con megafono in mano
gridare tutta la sua rabbia
tutto il suo amore per la vita
ora che più vita non ha
Ma so che occhi aveva
e quanto fosse grande il suo cuore
piccola dolce Neda
io non conosco la tua storia
ma voglio gridare lo stesso
il tuo nome
Neda
il tuo nome
come sasso lanciato verso il cielo
come sasso
Neda
Ora ho raccontato una storia
la storia di Neda
anche se
la sua storia non so
Rivoluzionari da operetta, da fumetti forse eravamo questo un tempo.
Nel 1975 serpeggiava nell’esercito un movimento di Soldati Organizzati.
Insomma una specie di movimento politico che serviva ad avere all’interno dell’esercito un gruppo democratico organizzato atto ad impedire un colpo di stato delle destre.
Nel 1975 il pericolo di un colpo di stato era ancora presente e vivo, si parlava del Cile e qualcuno pensava che anche nel nostro paese potesse avvenire la stessa cosa.
Il partito comunista era fortemente contrario a tutto questo, diceva che organizzare dei soldati serviva poi, in caso di colpo di stato a far colpire subito tutti coloro che erano tra i “Soldati Organizzati”.
Dicevano che in Cile erano andati nelle caserme prima dell’alba a prendere i soldati di sinistra e non avevano fatto una bella fine.
Perché parlo di questo? A volte mi perdo nel narrare, non sono uno scrittore e invidio quelli che riescono sempre a seguire il filo logico e soprattutto invidio la loro memoria perché io i nomi di allora non li ricordo.
Insomma nel 1975 io partii militare, destinazione Palermo caserma Scianna.
A dire il vero io il militare non dovevo farlo, mio padre era morto e io dovevo risultare come capo famiglia e dovevo essere io a contribuire al mantenimento della famiglia, ma lasciamo stare altrimenti divago troppo.
La Scianna era una delle peggiori caserme di allora, spesso venivano mandati al CAR elementi poco raccomandabili, con precedenti penali o sovversivi, io appartenevo alla seconda categoria.
Vi ricordo l’apertura del pezzo però “rivoluzionari da operetta”.
Si mangiava davvero da schifo, gallette e latte in polvere la mattina.
Persino la frutta era bacata e a livello di igiene non ne parliamo proprio.
Prendevamo la carne con il camion della spazzatura e la gettavamo sopra gli stessi senza alcuna copertura preventiva.
Si mangiava così male che molti andavano fuori, non io, io non avevo queste possibilità.
Una mattina che ero di ramazza e stavo pulendo il cortile, mentre fischiettavo da incosciente l’Internazionale e l’inno di Lotta Continua venni avvicinato da un tale.
Lui mi disse che ero pazzo a farmi individuare così e mi invitò ad una riunione nel pomeriggio.
Eravamo cinque in un androne e si fingeva di discutere di calcio, ma in verità si preparava lo sciopero del rancio.
Ognuno doveva convincere i suoi amici a rifiutare il rancio, ma non tutto, ognuno doveva solo accettare una mela, unico frutto che veniva dato.
Questo doveva salvarci dal carcere militare di Gaeta, ma almeno ci permetteva di fare una protesta seria.
Il giorno successivo, prima ancora di fare qualsiasi cosa venimmo convocati dal colonnello.
Ci lesse tutte le imputazioni per insubordinazione e le relative conseguenze.
Fine della rivoluzione, fine dello sciopero del rancio.
Ah dimenticavo, il bello del gruppo, il rivoluzionario del gruppo, quello più a sinistra del dito medio della mano sinistra tesa, era la spia del colonnello.
Lo trasferirono subito per evitargli spiacevoli conseguenze.
Rivoluzionari da operetta, per un rancio, per una canzone, per i nostri sogni di allora.
Secondo contingente del 1975 caserma Scianna, battaglione di punizione per i rivoluzioni da operetta.
C’era quel passaggio a livello a scandire le ore, con quei treni sferraglianti a velocità di corsa dei sacchi.
E i camion a suonare innervositi il clacson di giorno e di notte, perché distinguere tu non potessi già da allora il vero dal falso, il tempo dello scampanellio indifferente ai tuoi bisogni.
Piazza dei Martiri Pennesi ed io con i miei primi amori a non sapere poi chi fossero mai stati quei Martiri forse vittime di una repressione lenta del Nazifascismo.
I miei amori appesi a quel balcone della sala, la sala buona dove non potevi entrare se non per gli ospiti che occasionalmente venivano a trovarci.
Con quella gondola sul piano di vetro con cui non ho mai giocato, forse la luce stessa di quella piccola lampadina mi ha visto diventare uomo da bambino.
Quella sala dove si faceva l’albero di Natale e sotto, sotto quel presepe grande ma senza acqua.
Già l’acqua nel presepe l’aveva quello del piano di sopra e quanta invidia, quanta.
Piazza dei Martiri Pennesi e gli scontri con la polizia nei disordini per Pescara capoluogo, visti dalla finestra della mia cameretta, tra fumi di lacrimogeni e pestaggi.
Si facevano i pomodori a casa e Ornella, Ornella che suonava al campanello, un amore trattato come non meritava, povera Ornella che dei suoi sogni ha fatto un sacco come il suo matrimonio bucato dal destino.
Ma allora, allora ero solo un ragazzo con un pupazzo a mia immagine di pezza appesa alla libreria, regalo di quattro amiche il giorno del mio compleanno.
Piazza dei Martiri Pennesi, il nostro appartamento in affitto così grande dove poter giocare con i soldatini dalla cameretta alla sala.
E quella del primo piano, più grande di me di qualche anno ed io che pensavo agli amori.
Il tempo, le strade di Pescara, il movimento studentesco, le vie dei sogni e quel giorno, quel giorno del 1975 quel giorno maledetto che non dimenticai mai.
La porta che si apriva e mio nonno che parlava di una tragedia, capii subito che a 21 anni ora ero uomo, con tutto quel dolore addosso.
Piazza dei Martiri Pennesi e Pescara in toni grigi ed il pianto al funerale di mio padre, l’ultimo pianto, si l’ultimo pianto che ho versato.