Alina ora rileggeva la sua favola preferita, quella di Cenerentola e sognava e si immedesimava nel personaggio ogni giorno.
Raccontava a Damiela i suoi sogni e anche al bambino della sua amica.
A volte usava il suo strano idioma, un misto di tante lingue che partiva dall'India, come il grande mistero degli zingari.
A volte per gioco, nella casa famiglia, leggeva la mano di Paola, l'assistente sociale.
In verità non esisteva alcun modo di poter leggere le mani e Alina lo sapeva, quella era una delle tante storie inventate dal suo popolo.
Era passato un anno e mezzo ed era vicina a compiere sedici anni.
Un giorno di primavera Alina stava sul balcone della casa famiglia, quando vide la farfalla.
Un farfalla gialla con puntini rossi, la ragazza aprì la mano e la farfalla le si poggiò sul palmo della mano.
Fu allora che ebbe la sua prima visione.
- Alina come stai? Sei ingrassata piccola amia mia.-
Paola guardava la sua amica Rom dopo quattro anni dal giorno dell’uccisione del padre.
Sembrava che Alina quasi non la riconoscesse.
- Non mi riconosci Alina o fai finta?-
La ragazza scosse la testa, Alina era cambiata molto, la sua vita era scivolata via.
Paola la mise in camera con Daniela, una ragazza madre di sedici anni con alcuni problemi di anoressia.
Forse si sarebbero potute aiutare a vicenda.
Quello fu l’anno della neve e quella settimana ne venne giù talmente tanta che per alcuni giorni la città si fermò in ogni attività.
Daniela si occupava della sua bambina e non parlava molto con Alina, la ragazza Rom aveva lo sguardo assente, spesso si metteva nel suo letto rannicchiata e senza proferire parola.
Poi, un giorno, Alina stava passando lo straccio per terra e sulla credenza della cucina vide il libro.
Sulla copertina del libro l’immagine di una ragazza che indossava la scarpetta di cristallo.
Cenerentola era la sua favola preferita e da bambina la raccontava sempre lei a suo padre e suo padre si divertiva così tanto a sentirla raccontare.
Daniela entrò con la bambina in braccio e ruppe il silenzio.
- Cenerentola è la mia fiaba preferita, quando mia figlia sarà più grande gliela racconterò sai?-
Alina, come se la vedesse per la prima volta sollevò lo sguardo.
- Bella tua figlia, ti somiglia sai?-
Così il rapporto tra le due ragazze cambiò, per merito di una favola e di un giorno con tanta neve.
Chi era preoccupata e molto invece era Paola, il governo aveva tagliato le spese per il sociale e la sopravvivenza della casa famiglia era molto a rischio.
Non voleva parlarne con le ragazze della casa famiglia, per non farle preoccupare.
Quando la corriera la riportò a casa un groppo alla gola la prese, una sensazione di disagio fortissima.
Alina ebbe quella che altri chiamano visione alcuni attimi prima di vedere il fumo salire dall’accampamento.
C’era polizia, tanta polizia e fumo ovunque.
Erano venuti degli uomini al campo, uomini che non amavano gli zingari.
C’era un telo accanto alla sua casa, un telo e sotto un corpo.
C’era fumo, case bruciate e poliziotti.
Erano venuti degli uomini, brave persone educate che erano venute con spranghe e bastoni a cacciare gli zingari dal campo.
Uno aveva colpito una bambina e suo padre si era opposto, era buono suo padre e ora un telo bianco lo copriva.
Paola aveva cercato di proteggerla, l’assistente sociale le voleva molto bene e anche Alina voleva bene a Paola ma anche lei era una Gaggiò come quelli che avevano ucciso suo padre.
Suo padre era un uomo buono, si lo era e non aveva mai fatto male a nessuno.
Alina smise di andare a scuola, da quel giorno e iniziò a rubare.
Aveva ragione suo zio, aveva ragione.
A 14 anni venne arrestata per spaccio di droga e venne affidata ad una casa famiglia.
Quasi non riconosceva Paola, ma Paola la riconobbe subito.
Il suo nome era Alina ed era una bambina Rom, una zingara insomma.
Capelli scuri e lunghi, occhi neri come la notte più profonda, capivi che era una zingara dal vestito stretto e lungo, solo da quello.
Suo padre raccoglieva legno e ferro, una vita dura la sua ed un grande orgoglio, quello di essere Rom e di avere sangue magico nelle vene.
Non sopportava quelli che rubavano ed era rispettoso della legge, da sempre e come molti altri del posto dove vivevano.
Una baraccopoli senza acqua potabile e dove la vita era ai margini del mondo.
Voleva bene a sua figlia e voleva che studiasse, se avesse una possibilità di migliorare la sua posizione.
Alina aveva dieci anni e stava crescendo in fretta, molto in fretta.
Lui aveva studiato per quanto aveva potuto poi suo zio aveva provato a farlo diventare un corriere della droga, ma si era rifiutato e per questo era stato allontanato dai suoi.
Era stato fortunato suo padre, aveva trovato una moglie che aveva compreso le ragioni di suo marito e lo aveva aiutato in questo.
Poi era nata Alina e su quella bambina avevano riposto tutte le loro speranze, Alina era la ragazza più intelligente del villaggio, lo diceva anche Paola, l’assistente sociale che veniva a trovarli.
Alina studiava più di tutti gli altri suoi compagni.
Quello era il prezzo per chi nasce Rom.
A volte sembrava che sparisse, ma dove andasse non ne avevo idea.
Ci baciavamo e io sentivo le sue forme al tatto. Già come un cieco quando ama, questo pensavo.
Aveva capelli lunghi non era altissima, belle forme.
La immaginavo con occhi neri, ma non potevo certo conoscere il colore dei suoi occhi ed a volta mi sentivo ridicolo anche solo a pensarlo.
La donna di cristallo morbido non parlava e io la chiamai Delirio, proprio per quella prima scritta sul vetro.
Passavamo molto tempo insieme e la casa era tornata trasparente, trasparente come non era mai stata.
Ora il suo cuore batteva e io iniziavo a scorgerne l’ombra.
Cercavo di capire, quelle ragazza era l’essenza dell’amore? Grazie all’amore lei poteva vivere? Il cuore, quel cuore che ora batteva per me.
Anche lei toccava il mio viso, quasi che non potesse vedermi davvero.
Poi, un giorno tornò Clotilde.
Non so spiegare cosa provai al vederla con le valige alla porta.
Si guardò attorno e si complimentò per come tenevo la casa:
Io e Clotilde siamo insieme da molto tempo, non so se quello che provo per lei sia o no amore, ma dopo molto tempo i sentimenti si tramutano e l’amore diventa affetto.
Ero contento che fosse tornata, mi era mancata.
Ero così contento che fosse tornata che mi dimenticai della donna di cristallo.
Stavo baciando Clotilde quando sentimmo entrambi il rumore di vetro infranto.
Corremmo nel mio studio e Clotilde senti sotto le sue scarpe il rumore dei cristalli frantumati.
- Cosa diavolo è caduto? Sembrano pezzi di calice. -
Io non parlai, mi avvicinai alla finestra sul parco e raccolsi qualcosa da per terra.
Una lacrima mi scivolò sulle mani e toccò quello che avevo raccolto, un piccolo, bellissimo, cuore di cristallo spezzato in due.
_ Chi sei? – urlai e la mia casa di cristallo trasparente vibrò alla mia voce, ma nulla, nessuna risposta.
I vetri si appannavano e nessuno li puliva.
Il primo a sporcarsi totalmente fu l’acquario, le alghe lo incrostarono tutto.
Inizia a non vedere più fuori e nemmeno le altre stanze.
Quella che era una casa dove il sole giocava con prismi ed arcobaleni era ora una casa vuota e sporca.
Clotilde mi telefonò dopo una settimana per dirmi che aveva lasciato delle cose e che avrebbe mandato la sua amica Antonella a riprenderla.
Parlammo per qualche minuto del più e del meno e non le raccontai della strana presenza, anche perché quel giorno non l’avevo avvertita.
Antonella venne di corsa, si guardò attorno e poi, sorridendo a mezza bocca mi chiese.
- Non lasciarti andare, reagisci. Vuoi che ti mandi qualcuno a pulire? -
Feci cenno di no e lei corse via con lo zaino di mia moglie.
Si, forse aveva ragione, mi stavo lasciando andare, succede e te rendi conto, ma non puoi farci nulla.
Vorresti reagire, ma qualcosa ti impedisce di farlo, qualcosa che ti fa stare li, seduto alla poltrona con la tv accesa.
Fu il giorno dopo che successe.
Salii in camera da letto e passai dal mio studio, quello accanto alla stanza degli ospiti.
Il mio studio era completamente trasparente, qualcuno aveva pulito i miei mobili e le pareti.
I libri che avevo scritto erano sulla mia scrivania uno sull’altro in modo ordinato.
Anche la scrivania, naturalmente era di cristallo.
Mi guardai attorno cercando di vedere se vi fosse qualcuno, mi sembrò quasi di avvertire un movimento accanto al quadro dei fiori appassiti.
Poi feci un sobbalzo, avvertii due mani che mi toccavano le mie.
Mani fredde, mani di vetro quasi, ma allo stesso tempo morbide.
Non so perché non urlai, ho sempre preso in giro quei film o quei racconti dove accadono cose così ed il protagonista rimane quasi indifferente, ecco mi stava accadendo qualcosa di simile, ma al tempo stesso diverso.
Le mani di vetro guidarono le mani su un viso e poi su un seno, quasi che quell’essere volesse farmi capire che era una donna.
In quel momento pensai a quello che prova un cieco quando cerca di immaginare la persona con cui parla.
Le mani di lei tennero ferme le mie sul suo petto, ero sicuro che volesse comunicare qualcosa.
Ecco, forse, avvertivo un respiro ma non un battito, una cosa alquanto strana.
Poi l’essere mi baciò ed io avverti il contatto con quelle labbra straorinarie, ma la cosa che mi fece riflettere fu che mentre mi baciava sentii un battito di cuore.
Si staccò ed il battito cessò, poi riavvicinò le labbra e di nuovo sentii il battito.
Iniziavo a capire, anche se la cosa sembrava così assurda.
Continua
A primavera dicevo, qualcosa di strano iniziò da piccoli particolari. Un paio di forbicine del bagno che non si trovavano, un rotolo di carta igienica finito troppo presto, un paio di orecchini che Clotilde non trovava più.
I litigi tra noi si fecero sempre più furiosi.
Anche quando uno di noi voleva stare da solo non ci riusciva, bastava alzare la testa o guardare sullo stesso piano, nulla poteva essere celato nella casa trasparente.
Quello che fece traboccare il vaso tra noi però fu l’occhio disegnato nello specchio del bagno, un occhio disegnato sul vetro che apparve al vapore del bagno a Clotilde, lei aveva una paura fottuta degli occhi.
Un mattino di maggio mi alzai e lei non c’era più, era andata via senza dire una parola, senza un messaggio sul cellulare o un foglietto di addio, nulla.
Sentivo il suo profumo nella casa e iniziai a capire quanto mi mancasse.
Già, le cose le dobbiamo perdere per capire quanto possano mancarci.
Per alcuni giorni non volli nemmeno vedere le signore delle pulizie e la casa iniziò ad appannarsi.
Sentivo dei rumori, come dei passi sul vetro, pensavo di essere impazzito.
Poi vidi la macchia sul pavimento della cucina, un liquido giallo, quasi fosse pipì di gatto.
Non osai assaggiarla per capire, ma la toccai e provai ad odorarla, ma sembrava inodore.
Una notte sentii una presenza nel letto matrimoniale, per un attimo, nel mio assurdo dormiveglia pensai di stare ancora sognando.
Poi immaginai che Clotilde fosse ancora con me, quasi avevo dimenticato che lei era andata via.
Non so se fossi nel sogno oppure no, ma allungai la mano e mi sembrò di toccare una persona.
Nulla, non c’era nulla e nessuno.
Sul vetro del bagno trovai un disegno fatto con il rossetto che Clotilde aveva lasciato.
“Delirio”. La scritta tremolante ed incerta, le lettere sbilenche e io urlai.
- chi sei? -