La gente che guardava le vetrine,
tu che parlavi stretta con tua madre,
quell’albero che non avresti mai decorato
la punta sulla cima dei tuoi sogni.
Fervevano i preparativi per le feste,
il cuore dentro un ghiacciolo sul balcone,
per un amore,
per un amore avvolto in un lenzuolo.
Perché gli anni nessuno li ruba mai senza motivo,
ci son sempre gabbie costruite dalle convenzioni,
tra musica divina di noci e fichi.
Fervevano i preparativi per le feste,
le tue poesia scritte su un vecchio cellulare,
per un “ti amo” sfuggito a ogni controllo
e tua madre che ammucchiava spazzatura.
…sapendo che un giorno,
un giorno avresti avuto il tuo albero di Natale,
sapendo che un giorno,
avresti avuto il tuo albero di Natale.
Scusami se non ti faccio gli auguri,
ma non sono proprio il tipo.
Oltretutto so che non ci tieni
che sei oltre le convenzioni,
in questo freddo da criminali,
in questa notte di erba e fieno,
ti vorrei offrire da bere
che di vino tu te ne intendi.
Scusa se non ti faccio gli auguri,
ma le cose non vanno bene,
troppi morti anche in cantiere,
troppe bombe sotto la neve,
mentre danno un altro cartone,
è scuciono soldi per la processione.
Amico ti trovo stanco,
secondo me hai qualche problema,
questo mondo non è poi cambiato molto
e nel tuo nome abusano sottane.
Cristo sarà per un’altra volta
che festeggeremo il tuo compleanno,
magari sotto un cielo di un altro mondo,
dove non serva morire in croce.
Il vento sbatte le foglie
degli alberi della collina,
mentre dal camino
esce fumo di sugo e ceci.
Gabbiani smarriti
reduci di una discarica
guardano la donna sulla soglia
due olive a terra
un gatto senza coda.
La casa sulla collina degli ulivi
ha una gonna lunga
una memoria di amori abbattuti
prima del tempo
per dovere o per orgoglio
o forse, forse solo per fame.
Bandiere di brigata,
missioni di pace,
occhi che hanno pianto,
la casa sulla collina degli ulivi
è un destino salato
e quel gatto non ha un compagno
ormai da un pezzo e nemmeno figli,
no nemmeno figli.
L’artistico sempre occupato,
di quei volantini un bacio rubato.
Con il trascorrere del vento
un sogno passato solo in un momento.
Ed io che sapevo ancora di latte,
io con i miei capelli lunghi,
tra un Donovan e un Morandi mezzo incazzato
a chiedersi se Dylan la sua risposta
ebbe mai trovato.
Stando bene attenti a piazza Salotto
a quelli del Fascio con il giubbotto.
Compagni voglio essere sincero,
sfatare un persistere di mito,
non era per il Che
men che meno per il compagno Mao.
La rivoluzione era sempre
per gli occhi di una donna
e le sue belle gambe
sotto la sua minigonna.
Che correva il traffico sulla tangenziale est
mentre Lenin usciva a Vimercate
il cellulare di Kerenskij non prendeva
colpa delle trasmissioni in banda larga.
Ed io che non mi fido della legge,
troppi consigli di stato
e troppa voglia di mercato,
passo sempre accanto alle torri gemelle
magari per un saluto al compagno Trotskij
prima di prenderti davanti la videoteca.
Lenin che litiga con i menscevichi,
non transige sul maketing e la globalizzazione
Nanedza che gli chiede di far la spesa,
approfittando delle offerte di Natale
ed io che gli presto il mio bancomat
sapendo che alla fine non mi potrà perdonare.
In questo mio andare controcorrente,
litigo con Plekhanov e Bogdanov
per gli ingredienti della matricina
che degli estremismi io non mi fido
correndo con te sino al terzo anello di Milano
ascoltando Guccini e forse anche Adriano.
Il padroncino bloccava il traffico locale,
con fare arcigno e mento volitivo,
tra fuochi accesi da bivacchi di camice nere,
con il rischio di prenderci tutti per il sedere.
Rivendicazioni da autotrasportatori,
che rompono le palle
e impongono le loro opinioni,
pensando di essere dalla parte giusta,
lasciandoci tutti senza pane e senza frutta.
E lui ascoltava Radio Maria,
convinto d’esser un conquistatore,
picchiando un irlandese e un rumeno,
parlava al cellulare del più e del meno.
Ci sono demoni
che proteggono il tesoro
dei templari
chiese sconsacrate
lungo il cammino
sino al porto
nella tua mano
io aggiungo sempre
le mie dita.
Così è dolce passare
vicino l’erica della collina
sentire lontane le campane di Dublino,
forse ancora il nostro amico
non ha finito il suo capolavoro,
forse
non ci sono ancora bombe al mercato.
Cattolica o protestante,
ma cosa importa?
Vendono i loro ori
allo stesso modo
i pugnali dei traditori
bevono sangue impuro
malato
anemico.
C’è lacca sul cancello
della casa del vecchio Pat,
la sua donna è finita dentro,
ma io non ho voglia di difenderla sai?
No, io ho voglia solo di far l’amore con te,
in questo tempo,
ora,
mentre le campane a Dublino
hanno smesso di suonare,
mentre mi guardi come solo tu sai fare
e nei tuoi nei leggo
il percorso della cometa.
La signora dell’Orsa Maggiore
La signora dell’orsa maggiore,
cuce maglioni di lana,
il suo gomitolo scende sulla strada,
un gatto si aggroviglia sull’asfalto.
E Maddalena si alza al mattino,
la fabbrica brulla dalla brina,
figli sulla corriera per la città,
suo marito sul camion dell’immondizia.
La signora dell’orsa maggiore,
lucida la stella polare,
raccoglie camice di angeli biondi
e sorride al gatto di strada.
Maddalena è ingrassata,
puzza di cipolle e ingranaggi
mentre il padrone le guarda il sedere,
per non pagarle la paga meritata.
La signora dell’orsa maggiore,
manda bombe sulla terra promessa,
mascherandole da lana bagnata,
mentre il gatto si versa da bere.
Maddalena ha coraggio,
per spaccare l’orologio,
nel consiglio comunale fumo di cera
mentre la guardia si chiede cosa abbia.
La signora dell’orsa maggiore,
accarezza il viso a Maddalena,
le scioglie le catene dai polsi,
mentre il gatto le lecca la gamba.
Ed io che vorrei essere poeta,
non riesco a disegnare che favole di creta.
Ascolto la voce di Francesco,
e di Modena Sud cerco l’innesco
Che poi si stata colpa davvero della via Emilia,
se lui non ha poi accettato davvero una famiglia.
Guccini che se ne frega di far soldi
Meno che meno della critica di quattro manigoldi.
Le bandiere rosse e il pubblico incantato,
Guccini è un poeta matto ed esaltato.
Il fiasco di rosso e la sua fantasia,
figlia di una donna incinta dell’anarchia.
Intanto penso a noi mentre prendo per Bologna,
di tutti quelli che mi vorrebbero alla gogna.
Per questo amore che spezza le sane opinioni,
di ben pensanti e gran rompicoglioni.
Di quelli disposti sempre a giudicare,
disposti a lanciar sassi e condannare.
Ascolto Francesco parlare di Bisannzio e di Cirano
raccontar di Venezia e dei ragazzi con l’Unità in mano.
Ma la gente, davvero cosa può sapere,
dell’amore vero e del buon bere.
Che io Guccini me lo ricordo con la sua chitarra,
la sedia impagliata mentre i compagni erano alla sbarra.
Lui che se ne frega della decenza,
prende i giro i venditori di sana impotenza.
Perché io ho i tuoi occhi mentre lo ascolto,
parlare di una locomotiva e di riparare a qualche torto.
Scusami se parlo anche di noi tra le rime di una canzone,
mentre Guccini canta mi viene un po’ il magone.
Tu che non hai vissuto al tempo degli eskimo dei militanti
sappi che sei con me nel tempo delle scope volanti.
Ed io che me ne frego della brava gente,
ti rapirò un giorno e ti metteranno assente.
perché Guccini forse ha ragione,
una vita non è fatta per la prigione.