hariseldom

Non cercare di capire tra le righe, tra le righe di quello che scrivo ci sono solo spazi bianchi e forse tutta la mia incontenibile follia.

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martedì, 24 novembre 2009

La contessa della mela tagliata

La contessa mi guardava
con occhi troppo piccoli
per essere veri
con la sua mantellina d'autunno
e il suo vestito cucito a San Pietroburgo.

Il Volga schiumava sulle rive
mentre lei mi chiedeva della
logica indisposta
per la sua voglia incontenibile
d'amare
anche se suo padre
era un ufficiale ubriaco.

Tagliammo la mela quasi per gioco
e il mio francese era linguaggio di strada
come il libro di Gorkij
che le leggevo sulle sue gambe
una metà non è mai davvero un esempio
di quei semi sulle gote
della donna del palazzo dell'angoscia.

Nichilisti sulla sponda del fiume
repressi dai cosacchi
in altra uniforme
e lei che mi chiede del libro
mentre soffia un vento
che sa di rivoluzione
e Lenin non torna da Vienna
mentre un bacio
ha sapore di sangue
quando non basta l'amore
per fermare la rivoluzione
anche se è la contessa della mela tagliata.

postato da: hariseldom alle ore 20:44 | link | commenti
categorie: amore

Cronache di un viaggio - parte sesta

Insomma volevo vedere la leggendaria Catira che avevo visto solo nelle foto pubblicitarie, ma ancora ne avevo avuto l’occasione.
Ero nell’appartamento di Mario, provavo una delle sue camicie mentre guardavo dalle grandi vetrate la piscina.
C’era qualcosa nell’acqua, qualcosa che galleggiava e si muoveva in modo goffo.
Un iguana era finita nell’acqua, una iguana incinta, per questo goffa nei suoi movimenti.
Pare che in Venezuela, alcuni indigeni aprano la pancia delle iguane incinte per prenderne le uova e dopo le ricuciano con ago e filo e gli animali non muoiono.
Ora al di la della crudeltà del gesto, occorre sempre entrare nella cultura e nelle abitudini antropologiche di quel paese per capire.
Facciamo tante cose anche noi, come bollire vivi alcuni animali come l’aragosta per mangiali.
Un ragazzo raccolse l’iguana con un retino, nello stesso modo con cui io cerco di guadinare i pesci nelle rare volte che li prendo.
Poi lo poggiò su un cespuglio, a dire il vero non so perché su un cespuglio, ma avrei dormito lo stesso anche senza mai saperlo.
Finalmente venne il momento di andare al porticciolo dove era ancorata la Catira.
Solita sbarra, solito guardiano.
Se c’è una cosa che mi ha molto colpito del Venezuela è la forte presenza di guardie private ovunque, non entri in nessun posto se non giustifichi chi sei.
Nel laghetto vicino all’imboccatura del porto alcuni Flamenghi ed alcune Spatole stavano prendendo il sole.
Granchi sfaticati e dalla grande chela passeggiavano ovunque, che vita strana fanno i granchi a Tutucacas, Mario mi spiegò che erano grandi, ma senza carne e immangiabili, i granchi buoni per la zuppa erano altri.
Finalmente ecco davanti a me la Catira Maryrumba e gli uomini del suo equipaggio che stavano provvedendo alle pulizie.

Continua

postato da: hariseldom alle ore 07:32 | link | commenti
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lunedì, 23 novembre 2009

Cronaca di un viaggio - parte quinta

Venezuela mia passione incontrata in un viaggio che se non era per mio cugino Mario, se non era per lui quella terra io non l'avrei mai vista in tutta la mia vita.
Le valige me le portò poi Xiomara con tutta la benedione mia del caso.
Si mangiava la areppa quel mattino, un cibo particolare una specie di focaccina che viene utlilizzata com un panino.
A un certo punto ecco che mi trovo un ossetto in bocca.
Accidenti ma che la mortadella o frutta venezuelana hanno le ossa?
Già così pensavo quando all'imporvviso mi sono sentito un buco nella bocca, un vuoto tra gli incisivi.
Perdere un dente in terra straniera dopo aver perso le valige, povero Pino tutto storto, meno male che il dente era nell'arcata inferiore e non si vedeva poi tanto, ma pur tuttavia un bel problemino.
Non ho fatto nulla sino al ritorno in Italia, si vive anche senza preoccuparsi tanto per proprio aspetto.
La sera stessa accadde un altro fatto curioso.
Sentivo bussare alla porta in basso, un ticchettio curioso.
Apro e cosa ti vedo?
Un granchio con una chela alzata in tono di sfida, ma dico io, non mi sembra buona educazione.
Inziammo a litigare e alla fine il granchio decise di fuggire dentro la piscina condominiale.
Non ancora avevo visto la barca di cui avevo tanto sentito parlare, la Catira Maryrumba ed ero curiosissimo di vedere quella che era per me solo una leggenda.
Continua

postato da: hariseldom alle ore 23:08 | link | commenti (1)
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Le tue mani

Le tue mani sui miei occhi
al portico d’Ottavia
per non dimenticare
un amore fermo sulle pietre
una notte.

E fotografi la donna con il violoncello
che suona e raccoglie il consenso
di uno stanco monsignore
sempre tu
con me
al portico d’Ottavia.

Sorridi e con una mano
sulla mia bocca
non vuoi che sussurri il tuo nome
e mi baci a due passi
dall’isola delle leggende
a due passi da chi pesca
in un Tevere annoiato.

E fuggiamo
tra Trastevere ed un peccato
con la tua macchinetta
e la tua passione
una sera che una stella
fece compagnia alla luna
al portico d’Ottavia.

 

postato da: hariseldom alle ore 21:16 | link | commenti (2)
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sabato, 21 novembre 2009

Cronaca di un viaggio - parte quarta

Si viaggiava verso casa di Xiomara e iniziavo a vedere quel mondo notturno.
Il presepe attorno a Caracas, le mille luci della collina, ma non c’erano pastori ma gli emarginati del Venezuela ed erano tanti, ma tanti.
Luci a perdere ovunque nelle colline.
Zio Carmine e Mario a spiegarmi che quelli erano Ranchos , il termine è simpatico ricorda un film western, la realtà però è che non è consigliabile affatto anche solo fermarsi vicino a quelle casette basse, a volte di lamiera, no non si vive bene in quei posti e quando vivi nella spazzatura ti abbrutisci.
Poi zio ha iniziato a tessere le lodi di Silvio Berlusconi ed è forse il caso che evito di dire quello che penso di Silvio e delle cose “buone” che ha fatto.
Il traffico è sempre il traffico, per un attimo mi chiedo se adottino la guida a sinistra come in Inghilterra poi capisco che non sono sul grande raccordo anulare ma poco ci manca.
Accidenti Stalin senza baffi.
Si è Stalin, ma non era morto? Ovunque le immagini di un Tizio sorridente che parla al popolo, i dittatori tendono al sorriso sempre, ora non dite che sto usando della sottile ironia, non sono il tipo.
Che Tizio governi il Venezuela ti viene subito agli occhi, così come non puoi non notare ovunque l’esercito e non la polizia, si vede che il ministro La Russa è venuto prima in vacanza da queste parti.
Naturalmente tutto questo non comporta affatto una diminuzione della criminalità anzi.
Si corre a casa di Xio, così scopro una prima cosa del Venezuela, guardie private ovunque, nei condomini, nei quartieri con le sbarre, insomma non è come nel mio condominio che se chiedi di aprire il portone non ti chiedono nemmeno chi sei, aprono e basta.
Addirittura in alcune case, sui muretti c’è il filo spinato e l’alta tensione, uhm mi sa che qui non uscirò mai a fare due passi.
Bellissima la casa di Xiomara, belle le sue figlie che le somigliano e simpatico il genero.
Imparo cosa è la reppa, una focaccina che si riempie di ogni cosa del posto, sapori nuovi, ma io amo i sapori nuovi, anche se poi antropologia culturale non lo mica dato all’università, visto che non mi sono più laureato, dicevo almeno ho comunque imparato a rispettare le altre culture.
Con la reppa scatenerò il giorno dopo un conflitto violento, ma questo lo racconto alla prossima puntata.
Sarà Xiomara ad occuparsi di recuperarmi i bagagli, una donna dalle mille risorse mio cugino è fortunato ad averla al fianco.
Si riparte per Tucacas, sonnecchio in macchina mentre zio e Mario parlano di mille cose, domani chiamo Vittorio Fioravanti così incontro il grande scrittore amico mio, questo penso in macchina, ma debbo anche risolvere il problema dei bagagli, cavoli mi debbo cambiare, ma il formaggio e il salame che ho nelle valige si rovinerà?
Così scopro che Caracas e Tucacas non sono proprio una vicino all’altra.
Solo dopo alcune ore arriviamo nell’appartamento di Mario in un grosso residence con mega piscina a più piani.
Fa caldo in Venezuela, ma negli appartamenti e in macchina l’aria condizionata è messa molto alta e lo sbalzo è forte.
Mi addormento pensando ai bagagli, al nuovo paese, alla roba da mangiare nelle valige, al cambio di biancheria, al viaggio, al fuso orario e al fatto che metto due coperte perché altrimenti ho freddo.
Domani, domani…non so ancora cosa mi accadrà con la reppa. Mentre mi immagino al circolo italiano di Caracas come se fosse un teatro a parlare con Vittorio di poesia e dell’Italia.
Scoprirò presto quanto sia famoso il nostro amico Vittorio in Venezuela.

e

postato da: hariseldom alle ore 11:23 | link | commenti (2)
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venerdì, 20 novembre 2009

Cronaca di un viaggio - parte terza

Ero atterrato, ero in Venezuela, mi sentivo euforico. Avevo attraversato l’oceano e ora dovevo capire cosa dovevo fare.
Dunque vediamo, appena si atterra si cercano i bagagli. I bagagli non erano nel mio stesso aereo, il trasporto bagagli è a carico di Alitalia, indi i nostri bagagli erano arrivati addirittura prima di noi.
C’era una fila di rulli a destra e a sinistra, guardo il tabellone e indica un numero.
Ora gli scrittori, quelli bravi davvero ricordano il numero e lo dicono, io faccio fatica a ricordare cosa di avessero dato da mangiare sull’aereo.
Una cosa buona per la mia vicina, aveva detto ci danno la comere, una commare a pranzo? È indigesta cavoli.
Insomma il numero dell’uscita bagagli c’era, ma io non trovavo dove fosse la scritta, mi guardo attorno e con non curanza guardo dove vanno quelli che erano sull’aereo con me.
E aspettiamo, il tempo passa, la gente picchietta, poi all’improvviso questi benedetti rulli si mettono in moto e dalla buca centrale sbuca il primo bagaglio esce e ora so per certo che non riconoscerò mai i miei.
Sono tutti simili e io nemmeno mi ricordo di che colore sono i miei.
Per un paio di volte penso di aver individuato una delle valige.
Nulla, c’è sempre qualcuno che se le porta via.
La gente scema sempre di più, mi sento come un bambino che uscito dalla scuola vede andar via i suoi compagni ma dei propri genitori nemmeno l’ombra.
Il primo che racconta che caso mai io mi sono dimenticato un figlio a scuola lo banno.
Insomma nulla, delle mie due valige o malette in spagnolo, nulla.
Siamo in cinque a essere senza valige e il primo si mette in fila ad un banco dove un funzionario riempie le denunce.
Un italo-venezuelano mi traduce dicendo che sono rimaste a Madrid le nostre.
Cerco di avvertire Mario, ma non ho il suo numero dietro e forse non posso chiamarlo con il mio e insomma non lo vedo nemmeno dietro il vetro.
Perdo la fila due volte e alla fine riesco a dire a Mario a gesti che ho perso le valige, mi fa cenno di uscire, ma l’ufficiale mi dice o mi fa capire che se esco non torno poi indietro.
Ora, sei appena arrivato dopo un giorno intero a Caracas, sei senza valige, hai solo un cambio nel bagaglio a mano, non parli una sola parola di spagnolo e questi parlano solo spagnolo, nemmeno inglese, non che la cosa faccia per me molta differenza, insomma sei un tantino incazzato, ma quello che ti preoccupa di più è il fatto che quello addetto alle denunce facci tante domande agli altri e tu, dico tu, che gli dirai Pino?
Non so come ho fatto? Io non abla espagnol, nada senior, ma quello si è preso i documenti miei e ha riempito qualcosa e mi ha anche dato un numero e detto che dovevo telefonare il giorno dopo dalle ore 3 del pomeriggio.
Finalmente esco, dopo aver discusso con un tale che voleva l’indirizzo di mio cugino, io che avevo scritto tutucacas al posto di Tucacas figuriamoci se sapevo l’indirizzo.
Insomma ecco Mario e mio zio e via di corsa a casa.
Esco all’aperto e solo allora, solo in quel momento capisco di essere in un altro mondo.
Il caldo, è notte, ma fa caldo fuori, un tipo di caldo che non conosco e avverto un odore sconosciuto, in quel momento anche il mio corpo cambia odore, penso fosse a causa dei batteri diversi, insomma in quel momento penso che puzzo di un sudore acidulo.
Mario ha una bella macchina, spaziosa e capiente, ma non cito la marca, per non fare pubblicità, ma spratutto perché non so scrivere Chevrolet.
Si parte, destinazione Caracas, casa di Xiomara.

postato da: hariseldom alle ore 23:11 | link | commenti
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Cronaca di un viaggio - parte seconda

All’aeroporto ci attendeva una hostess di Aireuropa, attendeva tutti quelli che dovevano imbarcarsi per il Venezuela.
Eravamo in sette e la ragazza camminava a passi svelti con quei tacchetti da efficiente e bella ragazza di una compagnia aerea.
Accanto a me un ragazzo che era fidanzato con una spagnola e che parlava con la tipa in quella lingua che sono apparentemente è comprensibile.
Iniziò quella che sembrava una corsa campestre in un aeroporto che sembrava non finire mai, la distanza con le partenze transoceaniche è notevole a Madrid.
Il mio orgoglio maschile mi portava a tenere il passo con i due, cercando di non mostrare alcun segno di affaticamento, povero me, in verità avevo anche una sete incredibile e mi sarei voluto fermare un secondo, ma avrei perso il contatto con il gruppo di testa.
Quanto agli altri, non scorgevo che un signore arrancante a circa cento metri da noi.
Cammina, cammina, cammina saltammo a piè sospinti anche un controllo di dogana grazie alla Hostess.
Naturalmente non servì quasi a nulla la corsa, l’aereo dovette comunque attendere l’arrivo degli altri compagni di trasvolata.
Mi chiesi se come un treno in ritardo, l’aereo avesse poi accelerato per recuperare il tempo perso, ma evitai di fare ennesima figuraccia da viaggiatore sprovveduto.
L’aereo aveva due fili laterali a due posti e una fila centrale di cinque posti, io avevo scelto il posto accanto al finestrino.
Ora in aereo si sa, i posti sono numerati, se viaggi da solo non sai mai chi può capitarti accanto e in un viaggio di quasi dieci ore la cosa non è di secondaria importanza.
Mi immaginavo che mi sarebbe capitato un signore grande grosso e puzzolente, non dite che speravo che si mi sedesse al fianco una modella venezuelana di ritorno da una sfilata, non ci avevo pensato proprio.
Nella vita però le cose sono sempre diverse da come le immaginiamo e accanto a me si sedette…quasi, quasi salto e apro un nuovo capitolo, come usano alcuni scrittori più scafati di me per avvincere il lettore creando attimi di pathos e di aspettativa ahah, ma siccome chi mi legge poi mi conosce e poi mi mena, evito e vado subito al dunque.
Accanto a me ecco una signora di una certa età, minuta e dal sorriso simpatico, finalmente avevo una persona con cui scambiare quattro chiacchiere.
Illuso che ero, la signora dal viso simpatico era Venezuelana ed era andata a trovare il figlio a Madrid, questa però è una delle pochissime cose che ho capito dalla tizia visto che parlava solo e solamente spagnolo.
Dico io che vizio che hanno queste persone di parlare spagnolo al posto che italiano.
Parlammo a tratti e a gesti.
A un certo punto passarono le hostess offrendo delle cuffie a pagamento.
Uhm declinai l’invito, ma rimasi attento a guardare a cosa diamine potessero servire.
Dovevo avere la classica aria da italiano imbranato perché la simpatica signora mi offrì i suoi auricolari, che tanto somigliavano a quelli dei miei figli.
Capii dove dovevo metterli e a cosa servivano grazie a lei e provai a vedere un film sul retro del sedile davanti al mio.
Scelsi Wolverine le origini, ehm me lo ero perso al cinema perché quel disgraziato di Francesco non si era voluto portare il padre quella volta che ci era andato.
Mi sentii tanto Fantozzi in quel momento, il film era o in inglese o in spagnolo, praticamente vidi solo le figure.
Devo dire però che provavo una forte emozione a sorvolare l’Atlantico, guardare il profilo delle penisola iberica come su una cartina geografica, osservare il mondo da sopra il banco delle nuvole, sentirsi in aria, non so esprimere quello che provavo, ma adoro stare in volo, anche con tutte le turbolenze immancabili in un volo transoceanico.
Prima di arrivare, una bella Hostess ci diede un foglietto da consegnare per accelerare le pratiche in aeroporto e grazie all’aiuto della mia vicina di posto riuscii a compilarlo nel giusto modo.
Finalmente si atterrava, guardavo i cactus vicini alla pista, il mare vicino a La Guaira, ecco ero atterrato finalmente e presto avrei abbracciato Mario, mio cugino che mi aspettava in aeroporto, non sapevo, non sospettavo quello che stava per succedermi da li a poco…

postato da: hariseldom alle ore 23:10 | link | commenti
categorie: la mia vita

Il racconto di un viaggio. Prima parte

Ora succede che scrivi come un cretino direttamente sul computer, senza prima salvare su word e poi al posto di salvare, dimentichi che sei su face, clicchi sopra e perdi tutto quello che ti eri scritto.

Così la seconda versione del racconto, perde molto, perché sei già incazzato che devi riscrivere tutto da capo e decidi di cambiare il taglio al racconto.

Non che sia poi uno scrittore e non che il banale racconto del mio viaggio in Venezuela possa interessare qualcuno, salvo quella rompi di mia cugina Pina che dice, beh che ci racconti del Venezuela?

Ora te lo sorbisci tutto il racconto cara Pinuccia.

Insomma si parte il giorno 20 di ottobre a notte fonda da Pescara in autobus con zio Carmine e si viaggia dormicchiando per tre ore.

Poi s'arriva al Leonardo da Vinci  che è notte fonda ancora e sapendo che dovranno passare cinque ore prima della partenza. Mio zio attende meno perché parte con Alitalia, io aspetto di più perché vado con Air Europa.

Non che abbia una grande esperienza di voli, l'unico mio volo è stato con mia moglie nel 1983 vero Palermo.

Certo atterrare a Punta Raisi era già allora un bel viaggio, ma quello che mi aspettava era un viaggio molto più lungo.

Chi si aspetta grandi emozioni dal mio racconto o avventure mirabolanti può smettere qui di leggermi.

Quelle cose avvengono nei film, però debbo dire che qualcosa è pur successa anche se nulla di mirabolante.

Incellofaniamo le valige, con sta storia del...sulle valige stanno facendo i soldi in tutto il mondo.

Mi viene il dubbio che dopo riconoscere le valige sarà più difficile, ma soprassiedo.

Il ceck inn, che non si scrive di sicuro così mi fa rilassare.

Un biglietto fatto sul web, non è come un biglietto fatto ad uno sportello, voglio evitare di fare la figura di quello che non ha mai preso un aereo o non è mai uscito dall'Italia, però temo che la cosa non sia riuscita molto.

Ho comunque la faccia di uno che aspetta la slitta di Babbo Natale.

Il Leonardo da Vinci di Notte mi ricorda una piazza alla fine di un mercato, con gente che dorme e non sempre gente che parte, c'è molta gente che il suo aereo l'ha perso o non lo ha mai avuto dalla vita.

Li vedi buttati li, come sacchi che una società ha messo fuori.

Il tempo non passa mai, cammino, guardo, io non sto mai fermo.

Alla fine l'aereo che mi farà fare scalo a Madrid lo rpendo.

Piccolo, stretti questi sedili per uno che è alto 187 cm, che pizza.

Adoro il decollo, la sensazione di staccarsi dal suolo, da piccolo sognavo di fare il pilota, poi mi hanno fregato le carie ai denti.

In circa tre ore arriviamo a Madrid, ma siamo in ritardo e...

postato da: hariseldom alle ore 07:34 | link | commenti
categorie: la mia vita
giovedì, 19 novembre 2009

Io non ho mani

Io non ho mani
le ho legate all'ultimo rovo
un mattino che non cambiava il tempo
mentre nelle strade la gente
mi chiedeva che avessi.

Io non ho bocca
ho gettato il mio respiro
su quella strada
per non rispondere alle troppe domande.

Io non ho anima
l'ho venduta al mercato quel giorno
per sfamare i miei figli.

Io non sono io
sono solo l'ombra
di una poesia.
postato da: hariseldom alle ore 07:41 | link | commenti
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martedì, 17 novembre 2009

Ghirigori del Tamigi


Il Tamigi è sempre stato scontroso
con i suoi ghirigori allucinati,
Marcy mi raccontava i suoi amori
con i suoi capelli tinti di rosso
e il suo vestito di mille colori.

Marcy e i calzini colorati
Marcy con le sue storie mezzo inventate
per il fumo che compravamo ai cinesi
mentre Ringo Star accudiva sua madre.

Ma io non le ho mai creduto
quando mi parlava d’amore
per i suoi denti troppo bianchi
e quel modo di baciare sulla destra.

Ho capito tutto nel Pub
con il bicchiere di caramelle alla frutta
spegnendo la mia ultima sigarette
sbagliando l’ultima freccetta..

Quel giorno ho capito che era tempo
di tornare nel mondo delle mie viti
con tutte le cicatrici del caso.

Il Tamigi gocciolava delle sue ultime bugie
tra alghe rosse e fotografie
quel giorno era già tardi
i miei venti anni
erano finiti
quel giorno era già tardi,
Jhon Lennon suonava Yesterday

postato da: hariseldom alle ore 20:10 | link | commenti (1)
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